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Perché Eisenhower tolse a Montgomery il comando temporaneo di centinaia di migliaia di soldati americani

All’inizio di gennaio 1945, la guerra in Europa aveva prodotto una situazione paradossale.

La Germania era ormai condannata alla sconfitta, ma gli Alleati occidentali stavano attraversando una delle crisi di comando più pericolose dell’intera campagna.

A dicembre, Hitler aveva lanciato l’ultima grande offensiva tedesca sul fronte occidentale: l’operazione nelle Ardenne. La sorpresa iniziale aveva aperto una gigantesca breccia nelle linee americane e aveva separato temporaneamente le forze della Prima Armata statunitense da quelle della Terza Armata di George Patton.

Per mantenere il controllo della situazione, Dwight D. Eisenhower aveva preso una decisione eccezionale: il 20 dicembre 1944 aveva trasferito temporaneamente sotto il comando del feldmaresciallo britannico Bernard Montgomery la Prima e la Nona Armata americane, che si trovavano sul fianco settentrionale della penetrazione tedesca.

Non era una punizione per i comandanti americani.

Era una soluzione d’emergenza.

Ma per molti generali americani sembrò qualcosa di molto più grave.

E quando Montgomery tenne la sua famosa conferenza stampa del 7 gennaio 1945, la questione esplose.

Perché Eisenhower aveva affidato gli americani a Montgomery?

La risposta si trova nella geografia della Battaglia delle Ardenne.

L’offensiva tedesca aveva creato un enorme saliente verso ovest. La Prima Armata americana si trovava a nord del corridoio tedesco; la Terza Armata di Patton era a sud.

Il quartier generale della 12th Army Group di Omar Bradley si trovava invece in una posizione che rendeva difficili le comunicazioni con entrambe le ali.

Eisenhower doveva creare rapidamente un comando coerente per il settore settentrionale.

Montgomery aveva già sotto il suo controllo la 21st Army Group, composta principalmente da forze britanniche e canadesi.

Il 20 dicembre Eisenhower gli affidò quindi temporaneamente la Prima e la Nona Armata americane.

Fu una decisione militare, non una dichiarazione secondo cui Montgomery fosse superiore ai comandanti americani.

Ma la scelta aveva un prezzo politico enorme.

Bradley si infuriò.

Secondo la documentazione storica americana, la perdita delle sue due armate lo portò persino a minacciare le dimissioni.

Montgomery aveva davvero “salvato” gli americani?

Qui comincia il problema.

La situazione era complessa e Montgomery aveva certamente svolto un ruolo importante nel coordinamento del fianco settentrionale.

Ma la narrazione secondo cui il feldmaresciallo britannico avrebbe “salvato” l’esercito americano dalle Ardenne è fortemente fuorviante.

A sud del saliente, la Terza Armata di Patton aveva già iniziato una gigantesca manovra verso nord.

Il 26 dicembre 1944, le forze di Patton raggiunsero Bastogne e aprirono un corridoio verso la guarnigione americana accerchiata.

La controffensiva alleata, quindi, non fu semplicemente un’operazione di Montgomery.

Fu un’azione combinata.

Gli americani combatterono la maggior parte dei combattimenti iniziali e subirono la maggior parte delle perdite nella battaglia.

Eisenhower lo sapeva perfettamente.

Il problema era che Montgomery lo sapeva altrettanto bene.

Il 7 gennaio 1945

Montgomery decise di parlare alla stampa.

La conferenza si tenne a Zonhoven, in Belgio, il 7 gennaio.

Il suo obiettivo dichiarato era difendere Eisenhower e spiegare al pubblico britannico ciò che era accaduto durante la crisi.

All’inizio, infatti, Montgomery elogiò apertamente i soldati americani.

Parlò del loro coraggio e della loro tenacia.

Elogiò Eisenhower come comandante supremo, arrivando a dire che il lavoro di squadra vince le battaglie e che, nella squadra alleata, il “capitano” era Ike.

Poi, però, arrivò la parte che avrebbe provocato il disastro politico.

Montgomery raccontò la battaglia dal punto di vista del proprio comando.

Descrisse come aveva organizzato il settore settentrionale, come aveva disposto le sue forze e come aveva gradualmente impiegato la potenza britannica.

Alla fine definì la battaglia delle Ardenne una delle operazioni più interessanti e difficili che avesse mai gestito.

Il problema non era soltanto ciò che aveva detto.

Era ciò che il pubblico poteva capire dalle sue parole.

Gli americani si sentirono insultati

Per i generali americani, la conferenza sembrò presentare una versione della battaglia nella quale Montgomery aveva assunto il controllo della situazione e aveva organizzato la vittoria.

Il generale Omar Bradley reagì rapidamente.

Organizzò una propria conferenza stampa e chiarì che l’autorità di Montgomery sulle armate americane era temporanea.

La risposta britannica fu furiosa.

Il Daily Mail interpretò la dichiarazione americana come un insulto a Montgomery.

La crisi militare stava diventando una crisi diplomatica.

E questo era esattamente ciò che Eisenhower voleva evitare.

Gli Alleati avevano ancora davanti mesi di guerra.

Non potevano permettersi che i loro comandanti trasformassero la campagna in una guerra personale tra Washington e Londra.

Eisenhower era furioso

La situazione divenne così grave che Eisenhower arrivò a considerare una soluzione estrema.

Secondo la ricostruzione riportata da David Eisenhower, il comandante supremo era talmente esasperato dalle tensioni con Montgomery che preparò persino un messaggio ai Combined Chiefs of Staff nel quale avrebbe chiesto loro di scegliere tra lui e Montgomery.

Non lo inviò.

Ma il fatto che fosse arrivato a considerare una simile possibilità mostra quanto profondamente la crisi lo avesse colpito.

Eisenhower avrebbe ricordato in seguito l’episodio come una delle esperienze che gli avevano procurato maggiore preoccupazione durante la guerra.

Non era soltanto una disputa sull’ego di Montgomery.

Era una minaccia alla struttura di comando dell’intera coalizione.

Ma Eisenhower non licenziò Montgomery

Questo è il punto che spesso viene perso nelle versioni più drammatiche della storia.

Eisenhower non tolse definitivamente a Montgomery il comando di mezzo milione di americani perché non si fidava più di lui.

Il comando era nato come misura temporanea durante una crisi specifica.

E quando la crisi delle Ardenne terminò, Eisenhower riportò progressivamente le forze americane sotto il comando americano.

Il 16 gennaio Montgomery comunicò a Eisenhower che la battaglia nelle Ardenne era ormai conclusa e che la Prima e la Terza Armata avevano stabilito il collegamento a Houffalize. Il giorno seguente, 17 gennaio 1945, la Prima Armata tornò ufficialmente sotto la 12th Army Group di Bradley.

La Nona Armata, invece, rimase ancora sotto Montgomery per le operazioni successive.

Quindi il titolo “Eisenhower tolse a Montgomery il comando di 500.000 soldati” è efficace dal punto di vista narrativo, ma storicamente è troppo semplice.

La realtà fu una restituzione progressiva del comando americano, iniziata quando la ragione che aveva giustificato l’arrangiamento temporaneo era venuta meno.

Perché Eisenhower non restituì immediatamente tutto a Bradley?

Perché Eisenhower non stava cercando di punire Montgomery.

Stava cercando di utilizzare al meglio le forze disponibili.

La Nona Armata di William Simpson rimase sotto la 21st Army Group perché Eisenhower prevedeva che Montgomery avrebbe avuto un ruolo importante nella successiva offensiva verso il Reno.

La situazione era quindi pragmatica.

Montgomery aveva bisogno di forze americane per realizzare alcune operazioni.

Eisenhower aveva bisogno che quelle operazioni fossero coordinate.

Ma una cosa era temporaneamente mettere un’armata americana sotto un comando britannico.

Un’altra era permettere che questo diventasse un precedente permanente.

La questione dei “500.000 uomini”

La cifra utilizzata nelle ricostruzioni popolari va quindi trattata con attenzione.

Non esiste un momento in cui Eisenhower abbia semplicemente detto:

“Da oggi Montgomery non comanda più 500.000 americani.”

La Prima e la Nona Armata insieme rappresentavano certamente una forza enorme, ma la loro consistenza variava durante la campagna e non era una massa statica di mezzo milione di uomini.

Inoltre, Montgomery non aveva ricevuto il comando dell’intero esercito americano in Europa.

Aveva ricevuto il controllo operativo temporaneo di due armate americane sul settore settentrionale.

La distinzione è fondamentale.

Il vero problema era la fiducia

Dietro la disputa c’era qualcosa di più profondo.

Bradley e Patton vedevano Montgomery come un comandante eccessivamente prudente e convinto della propria superiorità.

Montgomery, dal canto suo, considerava spesso gli americani troppo impulsivi e incline a sprecare uomini e materiale.

Le loro personalità erano incompatibili.

Patton era aggressivo.

Bradley era riservato.

Montgomery era metodico, sicuro di sé e spesso estremamente sensibile al proprio prestigio.

Eisenhower doveva mettere insieme uomini che, in circostanze normali, probabilmente non avrebbero scelto di lavorare insieme.

Ma la guerra non permetteva loro di scegliere.

La conferenza del 7 gennaio rese tutto peggiore

La cosa ironica è che Montgomery aveva organizzato la conferenza anche per difendere Eisenhower.

Ma il risultato fu quasi l’opposto.

Le sue parole fecero sembrare che il generale britannico avesse avuto un ruolo più grande di quello che molti americani ritenevano giustificato.

La documentazione dello U.S. Army Center of Military History descrive la conferenza come un episodio che apparve condiscendente verso gli americani e che provocò una reazione immediata nel quartier generale della 12th Army Group. La crisi arrivò persino a preoccupare il governo britannico, che temeva che le dichiarazioni pubbliche dei comandanti potessero danneggiare i rapporti tra gli Alleati.

Londra intervenne.

La questione fu progressivamente raffreddata.

Ma la ferita rimase.

Churchill dovette intervenire

La controversia era ormai diventata così seria che Winston Churchill dovette intervenire pubblicamente.

Il primo ministro britannico riconobbe il ruolo fondamentale svolto dagli americani nelle Ardenne e cercò di respingere l’idea che la battaglia fosse stata essenzialmente una vittoria britannica.

Era una necessità politica.

Gli Stati Uniti fornivano la maggior parte degli uomini, delle armi e della logistica delle forze occidentali.

Se l’opinione pubblica americana avesse iniziato a credere che un feldmaresciallo britannico stesse prendendo il merito delle loro vittorie mentre comandava temporaneamente le loro armate, la fiducia nell’alleanza avrebbe potuto essere seriamente danneggiata.

Eisenhower scelse l’alleanza

Ecco perché la decisione di Eisenhower fu molto più intelligente di quanto sembri.

Non umiliò Montgomery.

Non licenziò il feldmaresciallo.

Non trasformò la controversia in una resa dei conti.

Aspettò che la crisi operativa terminasse e poi riportò la Prima Armata sotto Bradley.

Il 18 gennaio, il giorno dopo il trasferimento, Eisenhower ordinò alla 12th Army Group di continuare l’offensiva, sfruttare la posizione sfavorevole dei tedeschi nelle Ardenne e cercare opportunità contro la Linea Sigfrido.

La guerra continuava.

Eisenhower aveva scelto di non permettere che la politica interna dell’alleanza diventasse più importante della Germania.

La vera lezione

La storia delle Ardenne non dimostra che Montgomery fosse incompetente.

E non dimostra nemmeno che i generali americani avessero sempre ragione.

Dimostra qualcosa di più difficile.

Eisenhower doveva comandare una coalizione nella quale nessuno dei grandi alleati era disposto a sentirsi subordinato all’altro.

Montgomery aveva prestigio.

Bradley aveva il sostegno dell’esercito americano.

Patton aveva una reputazione enorme.

Churchill doveva proteggere il prestigio britannico.

Marshall doveva proteggere gli interessi militari americani.

E Eisenhower doveva impedire che tutte queste ambizioni distruggessero il comando unificato.

Per questo la restituzione della Prima Armata il 17 gennaio fu importante.

Non fu semplicemente la fine di un incarico temporaneo.

Fu un messaggio.

Montgomery poteva comandare americani quando la situazione lo richiedeva, ma nessuno avrebbe trasformato quella soluzione d’emergenza in una struttura permanente che mettesse le armate americane sotto un comando britannico.

Eisenhower aveva bisogno di Montgomery.

Ma aveva bisogno ancora di più che Montgomery rimanesse parte di una squadra.

La conferenza di Zonhoven aveva dimostrato quanto fosse fragile quell’equilibrio.

Eisenhower non poteva permettere che un solo uomo, per quanto brillante, diventasse più importante dell’alleanza.

Alla fine, quindi, non fu una questione di chi fosse il generale migliore.

Fu una questione di chi avrebbe mantenuto insieme l’esercito che doveva vincere la guerra.

E quella responsabilità apparteneva a Eisenhower.

Non a Montgomery.

Non a Bradley.

Non a Patton.

A Eisenhower.

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