Undici giorni nel deserto senza alcun contatto: la pattuglia australiana che lasciò senza parole i Rangers americani a Camp Rhino
Nel novembre del 2001, poche settimane dopo l’inizio dell’intervento internazionale in Afghanistan, il deserto del Registan sembrava un luogo fuori dal tempo. Distese infinite di sabbia e pietra si estendevano fino all’orizzonte, interrotte soltanto da piste appena visibili, villaggi isolati e antiche rotte carovaniere. Di giorno il sole rendeva l’aria quasi irrespirabile; di notte il freddo penetrava attraverso ogni strato di equipaggiamento.
In quel paesaggio ostile sorgeva Camp Rhino, una base destinata a entrare nella storia delle operazioni speciali. Situata a circa 160 chilometri a sud-ovest di Kandahar, era stata costruita anni prima come campo privato per la caccia. Dopo l’inizio della guerra, la sua lunga pista d’atterraggio e la posizione strategica la trasformarono in uno dei primi avamposti della coalizione nel sud dell’Afghanistan.
Il 19 ottobre 2001, circa duecento Rangers del 3º Battaglione del 75º Reggimento Ranger statunitense conquistarono la base con un assalto aviotrasportato notturno, una delle prime grandi operazioni terrestri della campagna afghana. Da quel momento Camp Rhino divenne un punto di raccolta per forze speciali provenienti da diversi Paesi alleati.
Tra queste vi erano anche le unità del Special Air Service Regiment (SASR) australiano.
Molti soldati americani avevano sentito parlare del SAS australiano.
Ne conoscevano la reputazione.
Sapevano che era una delle forze speciali più esperte al mondo.
Ma pochi avevano avuto l’occasione di lavorare fianco a fianco con loro.
Quando una pattuglia australiana arrivò a Camp Rhino, il suo ingresso non attirò particolare attenzione.
Sei Land Rover cariche di equipaggiamento.
Uomini coperti di polvere.
Pochi bagagli.
Poche parole.
Fecero rapidamente rifornimento, consumarono un pasto caldo, verificarono le armi e ripartirono quasi immediatamente verso il deserto.
Sembrava una normale missione di ricognizione.
Poi arrivò il silenzio.
Passò un giorno.
Poi due.
Poi cinque.
Le comunicazioni radio erano praticamente inesistenti.
Nessun elicottero li raggiungeva.
Nessun convoglio di rifornimento seguiva il loro percorso.
Undici giorni.
Per undici giorni nessuno a Camp Rhino ebbe notizie della pattuglia.
Molti iniziarono a chiedersi dove fossero.
Il deserto del Registan non perdonava gli errori.
Le tempeste di sabbia potevano cancellare qualsiasi traccia.
L’acqua era limitata.
Le temperature cambiavano drasticamente tra il giorno e la notte.
Inoltre, la regione era attraversata da combattenti talebani e gruppi armati che conoscevano il territorio molto meglio delle forze della coalizione.
All’alba dell’undicesimo giorno accadde qualcosa.
Una sentinella americana vide alcune sagome avvicinarsi lentamente al perimetro della base.
Erano veicoli.
Vecchie Land Rover.
Procedevano lentamente attraverso la polvere.
Le armi erano ancora montate.
Gli uomini sembravano esausti.
Alcuni conducenti lottavano persino per tenere gli occhi aperti dopo giorni di missione.
Il Ranger di guardia osservò la scena incredulo.
Prese la radio e pronunciò una frase destinata a essere ricordata da molti presenti:
«Che diavolo è quello?»
Gli australiani attraversarono il cancello come se nulla fosse accaduto.
Parcheggiarono i veicoli.
Controllarono rapidamente l’equipaggiamento.
Poi iniziarono a prepararsi per il rapporto operativo.
Solo allora molti Rangers americani scoprirono cosa quella pattuglia aveva realmente fatto.
Per giorni aveva attraversato centinaia di chilometri di deserto operando in completa autonomia.
Aveva effettuato missioni di ricognizione profonda, raccolto informazioni sui movimenti nemici, osservato piste e vie di rifornimento, identificato obiettivi e mantenuto una presenza costante in aree dove nessun’altra unità della coalizione riusciva a operare con continuità.
Tutto questo con mezzi relativamente leggeri.
Le Land Rover impiegate dal SAS australiano erano state profondamente modificate per le operazioni a lungo raggio. Trasportavano grandi quantità di carburante, acqua, munizioni, pezzi di ricambio e materiali indispensabili per permettere agli equipaggi di restare autosufficienti per molti giorni senza alcun supporto logistico diretto.
Per molti soldati americani fu una sorpresa.
Erano abituati a vedere operazioni speciali sostenute da una rete complessa di elicotteri, aerei, comunicazioni satellitari e rifornimenti continui.
Gli australiani dimostravano invece quanto fosse possibile ottenere grazie a una pianificazione accurata, alla conoscenza del terreno, alla disciplina dell’equipaggio e a un’elevata autonomia operativa.
Naturalmente, il successo di queste missioni non dipendeva soltanto dai veicoli.
Dipendeva soprattutto dagli uomini.
Ogni componente della pattuglia doveva conoscere perfettamente il proprio ruolo.
Ogni litro di carburante veniva calcolato.
Ogni razione alimentare era distribuita con attenzione.
Ogni decisione poteva fare la differenza tra il ritorno alla base e il rischio di restare isolati nel deserto.
Nel corso della campagna afghana, la cooperazione tra le forze speciali della coalizione divenne sempre più stretta. Australiani, americani, britannici e altre nazioni alleate condivisero esperienze, procedure e capacità operative, imparando gli uni dagli altri in un ambiente estremamente complesso.
Camp Rhino rappresentò uno dei primi luoghi in cui questa collaborazione prese forma sul terreno.
Molti veterani hanno ricordato quel periodo come un momento di intenso scambio professionale, durante il quale ciascuna unità contribuì con le proprie competenze maturate in anni di addestramento e operazioni.
La pattuglia australiana non cercava di impressionare nessuno.
Per quei soldati, undici giorni nel deserto erano semplicemente parte della missione.
Eppure il loro ritorno lasciò un’impressione profonda su chi li vide arrivare.
Quei sei veicoli coperti di polvere ricordavano che, nelle operazioni speciali, la tecnologia più avanzata è importante, ma non sostituisce mai l’esperienza, la preparazione, la capacità di adattarsi e la fiducia assoluta tra compagni di squadra.
Fu proprio questo spirito di cooperazione tra le forze della coalizione, sviluppato nei primi mesi della campagna afghana, a contribuire all’evoluzione delle operazioni speciali negli anni successivi, influenzando procedure, addestramento e collaborazione internazionale per molto tempo dopo quei giorni trascorsi nel deserto del Registan.
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