“Sono psicopatici mezzi annegati”
Perché i cecchini dei Marines statunitensi si rifiutarono di copiare il brutale “Wet Hide” dell’SBS
Un rapporto impossibile da spiegare
Quando il Master Gunnery Sergeant Puit ricevette i rapporti post-azione, qualcosa non tornava.
Da una parte c’era una squadra britannica che aveva trascorso 72 ore immersa fino al petto nell’acqua di mare gelida, mantenendo una posizione quasi immobile e utilizzando tecniche estreme di occultamento. Dall’altra c’era una squadra di 12 scout sniper dei Marines statunitensi, equipaggiata con sofisticati sistemi di osservazione e imaging termico.
Il risultato sembrava assurdo.
La squadra britannica aveva registrato 11 posizioni confermate.
Gli americani ne avevano registrate zero.
Per Puit, che aveva trascorso decenni ad addestrare tiratori scelti, quei numeri erano difficili da accettare. I Marines disponevano di armi, ottiche e sistemi di osservazione estremamente avanzati. Utilizzavano l’M40A5, un sistema sviluppato attraverso decenni di esperienza militare, e sofisticate tute mimetiche progettate per adattarsi a diversi ambienti.
Eppure, in quella particolare missione, la tecnologia non aveva prodotto il risultato atteso.
Un bersaglio quasi impossibile
L’operazione si svolgeva in una regione costiera caratterizzata da canali stretti e poco profondi.
I leader degli insorti utilizzavano piccole imbarcazioni per spostarsi durante la notte. Cambiavano frequentemente percorso e punto di sbarco, rendendo estremamente difficile prevedere i loro movimenti.
Per mesi l’intelligence statunitense aveva cercato di individuare la rete.
Le immagini satellitari fornivano soltanto informazioni incomplete. Le intercettazioni elettroniche non consentivano di ottenere identificazioni affidabili. Anche la sorveglianza aerea incontrava difficoltà a causa della particolare conformazione del territorio.
Il problema, quindi, non consisteva semplicemente nel colpire un bersaglio.
Prima ancora bisognava vederlo.
L’approccio britannico
La differenza fondamentale dell’approccio britannico non sembrava risiedere inizialmente nelle armi o nei dispositivi elettronici.
Era soprattutto una questione di concezione operativa.
La tecnica descritta come “Wet Hide” prevedeva che gli operatori rimanessero nascosti per periodi estremamente lunghi in prossimità dell’acqua, arrivando a rimanere immersi fino al petto per molte ore.
L’obiettivo era sfruttare l’ambiente stesso come elemento di occultamento.
Invece di cercare di dominare il terreno attraverso la tecnologia, gli operatori cercavano di diventare parte del terreno.
Il principio era semplice, ma la sua applicazione estremamente difficile: rimanere immobili abbastanza a lungo da non attirare l’attenzione e aspettare che il bersaglio entrasse nella zona di osservazione.
Il prezzo dell’immobilità
Il vero nemico, tuttavia, era il corpo umano.
Rimanere immersi per ore nell’acqua fredda significa esporsi a una progressiva perdita di calore corporeo. La situazione può diventare rapidamente pericolosa, soprattutto quando l’operatore deve rimanere immobile e non può muoversi liberamente per produrre calore.
A questo si aggiungevano la fatica, la privazione del sonno, la difficoltà respiratoria, il disagio fisico e la necessità di gestire funzioni fisiologiche senza compromettere l’occultamento.
Per questo motivo, la tecnica richiedeva non soltanto addestramento, ma anche una notevole resistenza fisica e mentale.
Per un osservatore esterno poteva sembrare una follia.
Per gli operatori che la praticavano, invece, era uno strumento tattico.
Tecnologia contro ambiente
Il contrasto tra le due squadre evidenziava una questione più ampia.
I Marines americani disponevano di strumenti tecnologicamente sofisticati: ottiche avanzate, sistemi termici, armi di precisione e procedure di osservazione sviluppate attraverso decenni di esperienza.
Ma nessuna tecnologia poteva garantire automaticamente l’individuazione di un avversario che conosceva perfettamente l’ambiente e si muoveva esclusivamente quando le condizioni erano favorevoli.
La squadra britannica aveva scelto una soluzione completamente diversa.
Non aveva cercato di osservare l’ambiente da una posizione dominante.
Aveva cercato di scomparire al suo interno.
La reazione degli americani
Il successo britannico portò naturalmente a chiedersi se la tecnica potesse essere adottata anche dai Marines.
Ma copiare semplicemente il metodo non era così semplice.
Una tecnica efficace in determinate condizioni ambientali non necessariamente produce gli stessi risultati in un altro contesto. Temperatura dell’acqua, correnti, visibilità, equipaggiamento, durata della missione e caratteristiche fisiche degli operatori possono modificare radicalmente il livello di rischio.
Inoltre, il fatto che una tecnica abbia prodotto risultati eccezionali in una determinata missione non significa che debba diventare automaticamente una procedura standard.
Il rapporto di Puit mostrava quindi qualcosa di più interessante di una semplice gara tra britannici e americani.
Mostrava i limiti di un modo di pensare esclusivamente basato sulla superiorità tecnologica.
La lezione del “Wet Hide”
La storia del “Wet Hide” viene ricordata soprattutto per il suo carattere estremo.
Quattro uomini immersi per ore nell’acqua fredda, praticamente immobili, aspettando pazientemente il momento giusto per osservare il nemico.
Ma la lezione più importante non riguarda la capacità di sopportare il freddo.
Riguarda l’adattamento.
In determinate situazioni, l’attrezzatura più costosa non sostituisce la conoscenza dell’ambiente, la pazienza e la capacità di scegliere una posizione che renda difficile essere scoperti.
La squadra britannica aveva trasformato un’apparente debolezza — l’ambiente acquatico — in uno strumento di occultamento.
Conclusione
Il confronto tra le due squadre lasciò una domanda difficile per Puit e per chiunque fosse abituato a considerare la tecnologia come il principale vantaggio sul campo di battaglia.
Come potevano quattro uomini quasi completamente immersi nell’acqua ottenere risultati migliori di una squadra dotata di sistemi tecnologici avanzati?
La risposta non era semplicemente nelle armi.
Era nella pazienza, nell’occultamento e nella capacità di sfruttare l’ambiente.
Il “Wet Hide” dimostrava così un principio fondamentale delle operazioni di ricognizione: a volte il modo migliore per vedere il nemico non è cercare strumenti più potenti, ma diventare più difficili da vedere.
