Le parole sconvolgenti che Douglas MacArthur pronunciò subito dopo la morte di George S. Patton
21 dicembre 1945. Tokyo, Giappone. Mentre il mondo sta ancora cercando di riprendersi dalla devastazione della Seconda guerra mondiale, il generale Douglas MacArthur siede nel suo ufficio all’ultimo piano del Palazzo della Dai-Ichi Life Insurance, il quartier generale dal quale amministra il Giappone occupato per conto delle forze alleate. La stanza è silenziosa. I documenti sono ordinati sulla scrivania. Gli ufficiali del suo stato maggiore entrano ed escono con rapporti provenienti da ogni parte dell’Asia. Poi un aiutante si avvicina con un telegramma arrivato dall’Europa. MacArthur lo prende senza dire una parola, rompe il sigillo e inizia a leggere. Il suo volto, normalmente impassibile e perfettamente controllato, cambia appena per un istante. Un’espressione fugace attraversa il suo sguardo. Forse è sorpresa. Forse è tristezza. Forse il ricordo di un uomo con cui aveva condiviso decenni di servizio nell’esercito degli Stati Uniti. Dopo pochi secondi posa lentamente il telegramma sulla scrivania. Il generale George S. Patton Jr. è morto. È deceduto quella stessa mattina in un ospedale di Heidelberg, in Germania, dodici giorni dopo un incidente automobilistico avvenuto nei pressi di Mannheim. Lo schianto gli aveva provocato una frattura del collo, lasciandolo paralizzato dalle spalle in giù. Aveva sessant’anni. Era sopravvissuto alle trincee della Prima guerra mondiale. Aveva guidato reparti corazzati in due conflitti mondiali. Aveva comandato la Terza Armata degli Stati Uniti nella più aggressiva offensiva corazzata mai condotta sul fronte europeo. Audace, controverso, brillante e imprevedibile, Patton era diventato uno dei comandanti militari più celebri della storia americana. Era un uomo amato da molti soldati, criticato da numerosi superiori, ma rispettato persino dai suoi avversari. E adesso non c’era più. Non era stato abbattuto dal fuoco nemico. Non era caduto durante una battaglia. Non era morto mentre guidava i suoi uomini all’assalto. La sua vita si era conclusa a causa delle ferite riportate quando l’automobile di servizio sulla quale viaggiava si era scontrata con un camion dell’esercito su una tranquilla strada della Germania occupata. Secondo gli ufficiali presenti quel giorno, MacArthur rimase seduto in assoluto silenzio per lunghi minuti dopo aver terminato la lettura del telegramma. Nessuno osò interrompere quel momento. Infine il generale chiese che tutti uscissero dall’ufficio, desiderando rimanere solo con i propri pensieri. Soltanto dopo qualche tempo richiamò il suo stato maggiore. Quando gli ufficiali rientrarono, MacArthur era già tornato composto come sempre. Senza mostrare emozioni, iniziò a dettare una dichiarazione destinata a rendere omaggio a uno dei comandanti più celebri e discussi che gli Stati Uniti avessero mai conosciuto.
