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La piccola nave che sconvolse la Marina giapponese: l’incredibile caccia dell’USS England

Il 19 maggio 1944, poco prima delle due del mattino, l’oceano a nord di Bougainville era quasi completamente immerso nell’oscurità. A bordo dell’USS England, il tenente comandante Walton B. Pendleton osservava gli strumenti del Combat Information Center mentre un operatore sonar seguiva attentamente un contatto sommerso.

Il bersaglio si muoveva lentamente, a circa sei nodi.

Per Pendleton era una situazione particolarmente importante. Aveva 37 anni ed era alla sua prima missione di combattimento come comandante dell’England. Fino a quel momento non aveva mai affondato un sommergibile.

Quella notte, però, tutto sarebbe cambiato.

L’USS England non era una grande nave da guerra. Apparteneva alla classe Buckley delle destroyer escort, unità progettate soprattutto per la protezione dei convogli e la guerra antisommergibile. Rispetto ai grandi cacciatorpediniere della flotta, era più piccola e meno potente.

Ma proprio la sua apparente modestia nascondeva una caratteristica fondamentale: era stata costruita per cercare e distruggere i sommergibili.

Nel Pacifico del 1944, questa missione era tutt’altro che secondaria.

I sommergibili giapponesi rappresentavano una minaccia importante per le linee di comunicazione e di rifornimento americane. Potevano rimanere nascosti sotto la superficie, osservare i movimenti della flotta e tentare di colpire navi da trasporto, navi da guerra e convogli.

Per contrastarli, la Marina statunitense aveva sviluppato una combinazione di sonar, bombe di profondità e nuove armi antisommergibile.

Tra queste, una delle più interessanti era il sistema Hedgehog.

L’Hedgehog rappresentava un cambiamento significativo nel modo di attaccare un sommergibile.

Le bombe di profondità tradizionali venivano generalmente lanciate dietro la nave. Una volta in acqua, affondavano fino alla profondità impostata ed esplodevano. Il problema era che il sommergibile poteva cambiare posizione durante la discesa delle cariche.

Il comandante doveva quindi stimare la profondità e la posizione del bersaglio, sperando che il sommergibile si trovasse ancora nel punto previsto quando le bombe sarebbero esplose.

C’era poi un altro problema.

Una serie di esplosioni poteva agitare violentemente l’acqua e creare una sorta di “tempesta” acustica. Il sonar poteva diventare molto meno efficace, rendendo difficile capire dove fosse fuggito il sommergibile.

L’Hedgehog funzionava secondo un principio differente.

Montato sulla parte anteriore della nave, il sistema poteva lanciare una serie di piccoli proiettili davanti all’unità. I proiettili cadevano in una formazione circolare e, soprattutto, erano dotati di un sistema di detonazione che richiedeva il contatto con il bersaglio.

Se mancavano il sommergibile, non esplodevano.

Questo dettaglio era fondamentale.

Un attacco fallito non significava necessariamente perdere il contatto sonar. La nave poteva continuare a seguire il bersaglio e prepararsi a un nuovo lancio.

In teoria, questo permetteva di trasformare la caccia antisommergibile in un inseguimento continuo.

Ma nel 1944 l’Hedgehog era ancora relativamente nuovo e non tutti i comandanti erano completamente convinti della sua efficacia.

Le bombe di profondità erano conosciute. Erano state utilizzate per anni. Il loro rumore e le loro esplosioni erano diventati parte della guerra antisommergibile.

L’Hedgehog, invece, richiedeva precisione.

La nave doveva mantenere il contatto sonar e avvicinarsi al bersaglio nel modo corretto. L’attacco doveva essere coordinato con estrema attenzione.

Per un comandante inesperto, poteva sembrare una scommessa.

Pendleton, però, aveva fiducia nel sistema.

E nelle ore successive avrebbe avuto l’opportunità di dimostrarlo.

La notte del 19 maggio, l’England individuò il sommergibile giapponese. La nave si avvicinò mantenendo il contatto sonar e preparò il lancio.

Non era necessario trasformare l’oceano in una gigantesca nuvola di esplosioni.

La nave doveva semplicemente portarsi nella posizione giusta.

Poi arrivò l’ordine.

L’Hedgehog lanciò i suoi proiettili davanti alla nave.

Per qualche istante, sul ponte e nel centro informazioni, gli uomini poterono soltanto aspettare.

Non c’era il fragore immediato di una bomba di profondità.

Niente grande esplosione.

Niente colonna d’acqua.

Solo attesa.

Poi il mare diede la risposta.

Un’esplosione indicò che almeno uno dei proiettili aveva colpito il bersaglio.

La caccia era terminata.

Ma quello era soltanto l’inizio.

Nei giorni successivi, l’USS England sarebbe stata coinvolta in una straordinaria serie di operazioni contro i sommergibili giapponesi.

La Marina imperiale giapponese aveva disposto sommergibili in una linea di pattugliamento nel Pacifico, utilizzandoli per raccogliere informazioni sui movimenti americani e per cercare obiettivi.

La presenza di una singola destroyer escort americana in quella zona avrebbe avuto conseguenze enormi.

Tra il 19 maggio e l’inizio di giugno 1944, l’England partecipò alla distruzione di diversi sommergibili giapponesi. Nel giro di circa dodici giorni, la nave contribuì all’affondamento di sei unità.

Per una sola nave, si trattava di un risultato eccezionale.

E proprio questo episodio dimostrò quanto la guerra antisommergibile stesse cambiando.

La forza dell’England non dipendeva semplicemente dalle sue dimensioni.

La nave disponeva di sonar, radar, equipaggiamento per la guerra antisommergibile e, soprattutto, di un equipaggio addestrato a lavorare insieme.

Ogni contatto richiedeva una sequenza precisa.

Il sonar doveva trovare il bersaglio.

Gli operatori dovevano interpretare il movimento del sommergibile.

Il comandante doveva decidere la rotta.

Il timoniere doveva portare la nave nella posizione corretta.

L’equipaggio delle armi doveva preparare l’Hedgehog.

E tutto questo doveva avvenire mentre il sommergibile cercava disperatamente di sfuggire.

Non era semplicemente una questione di avere un’arma migliore.

Era una questione di coordinazione.

Per gli uomini a bordo dell’England, ogni contatto rappresentava una prova di nervi.

Un sommergibile invisibile poteva essere a poche centinaia di metri di distanza. Gli uomini non potevano vederlo. Potevano soltanto ascoltarlo attraverso il sonar.

In quella situazione, il silenzio poteva essere quasi più inquietante delle esplosioni.

L’equipaggio doveva fidarsi degli strumenti e delle proprie capacità.

Ed è proprio qui che l’Hedgehog offriva un vantaggio psicologico e tattico.

Se i proiettili mancavano, non producevano una grande esplosione che disturbasse immediatamente l’acqua. La nave poteva continuare a seguire il bersaglio.

Se invece uno dei proiettili colpiva lo scafo, la conseguenza poteva essere devastante per il sommergibile.

Un singolo colpo poteva provocare danni critici.

Per i sommergibilisti giapponesi, affrontare una nave come l’England significava quindi trovarsi davanti a una minaccia difficile da anticipare.

Non era sufficiente immergersi e aspettare che passassero le bombe di profondità.

Il sommergibile doveva continuare a manovrare, cercando di confondere il sonar e di allontanarsi dal cacciatore.

Ma la nave continuava a seguirlo.

La sequenza di successi dell’England ebbe anche un significato più ampio.

La guerra nel Pacifico non veniva combattuta soltanto attraverso grandi battaglie navali tra portaerei e corazzate. Esisteva anche una guerra meno spettacolare, combattuta nell’oscurità e sotto la superficie dell’oceano.

In questa guerra, una piccola nave poteva avere un impatto enorme.

La distruzione dei sommergibili significava proteggere le rotte di rifornimento, ridurre la capacità di ricognizione del nemico e impedire che le unità giapponesi potessero operare liberamente.

L’USS England divenne così un esempio particolarmente famoso dell’efficacia della guerra antisommergibile americana.

Il suo successo non fu soltanto il risultato di una nuova arma.

Fu il prodotto di tecnologia, addestramento, disciplina e decisioni rapide.

Pendleton, che all’inizio di quella missione non aveva ancora ottenuto una vittoria contro un sommergibile, si trovò improvvisamente al comando di una nave che avrebbe conquistato un posto importante nella storia della guerra navale.

La vicenda dell’England dimostra anche una verità fondamentale della guerra moderna: le dimensioni di una nave non determinano necessariamente la sua importanza.

Una destroyer escort più piccola di un normale cacciatorpediniere poteva diventare una minaccia terribile per i sommergibili se equipaggiata con gli strumenti giusti e guidata da un equipaggio preparato.

Nel giro di pochi giorni, quella che poteva sembrare una piccola nave di scorta si trasformò in una delle più efficaci unità antisommergibile del Pacifico.

Per i marinai americani a bordo, ogni contatto sonar rappresentava un nuovo enigma.

Per i sommergibilisti giapponesi, significava invece che il mare non era più necessariamente un rifugio sicuro.

E quando l’Hedgehog veniva preparato per il lancio, il destino del sommergibile poteva dipendere da pochi secondi, da una traiettoria e da un singolo contatto.

L’USS England entrò in quella guerra come una piccola nave progettata per proteggere le altre.

Ne uscì con una reputazione molto più grande delle sue dimensioni.

La sua storia è uno degli esempi più sorprendenti di come tecnologia e addestramento potessero trasformare una modesta nave di scorta in una formidabile macchina per la caccia ai sommergibili.

Nel Pacifico del 1944, la guerra sotto le onde stava cambiando.

E l’USS England fu una delle navi che contribuirono a dimostrarlo.

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