La notte sul fiume Ilu: quando i Marines lasciarono avanzare i giapponesi fino a pochi metri
Nella notte del 21 agosto 1942, sull’isola di Guadalcanal, un reparto giapponese avanzò nell’oscurità convinto di trovarsi davanti a una difesa americana debole e forse impreparata. I soldati dell’Ichiki Detachment avevano già percorso chilometri attraverso la giungla e credevano che la strada verso Henderson Field fosse ormai aperta.
Davanti a loro scorreva l’Ilu River, un corso d’acqua che sulle mappe americane veniva spesso indicato erroneamente come Tenaru. Alla sua foce, i Marines avevano preparato una linea difensiva fatta di trincee, postazioni per mitragliatrici, filo spinato e armi automatiche.
I giapponesi non lo sapevano.
Pensavano invece di avere davanti un avversario che non aveva ancora compreso la loro presenza.
La realtà era completamente diversa.
I Marines sapevano che stavano arrivando.
E una parte decisiva del merito apparteneva a un uomo che, poche ore prima, era stato torturato e lasciato per morto nella giungla.
Il suo nome era Jacob C. Vouza.
Vouza era un sergente maggiore della polizia delle Isole Salomone e collaborava con gli Alleati come esploratore e coastwatcher. Quando gli uomini di Ichiki lo catturarono, cercarono di ottenere informazioni sulle posizioni americane. Vouza non parlò.
Fu legato a un albero e sottoposto a violenze terribili. Fu ferito ripetutamente con la baionetta e lasciato credere morto. Ma riuscì a liberarsi dai legacci e, nonostante le ferite, riuscì a raggiungere le linee dei Marines.
Quando arrivò al perimetro americano, era in condizioni disperate.
Ma aveva una cosa che poteva cambiare il destino di centinaia di uomini: informazioni.
Vouza avvertì i Marines che i giapponesi stavano arrivando.
Il comandante americano, il tenente colonnello Edwin A. Pollock, poteva quindi preparare le sue unità prima dell’attacco. Il 2º Battaglione del 1º Reggimento Marines occupava la zona della foce dell’Ilu, mentre altre unità coprivano il settore più interno.
Ma Vouza non fu l’unico uomo fondamentale in quella vicenda.
Due giorni prima, il capitano Charles H. Brush aveva guidato una pattuglia di circa sessanta Marines accompagnata da esploratori locali verso est. Il 19 agosto la pattuglia entrò in contatto con un gruppo giapponese di circa trentotto uomini. Lo scontro fu breve e violento: quasi tutti i giapponesi furono uccisi, mentre gli americani subirono tre morti e tre feriti.
Quell’episodio rivelò ai Marines qualcosa di importantissimo.
Non stavano affrontando semplicemente piccoli gruppi di truppe navali giapponesi rimaste sull’isola.
Un vero reparto dell’esercito imperiale era appena arrivato a Guadalcanal.
Era il cosiddetto Ichiki Detachment, un distaccamento del 28º Reggimento di fanteria. Circa 917 uomini erano sbarcati a Taivu Point. Il colonnello Kiyonao Ichiki, però, commise un errore decisivo: invece di aspettare l’arrivo del resto del suo reggimento, decise di avanzare immediatamente verso le posizioni americane.
Ichiki era convinto che gli americani fossero più deboli di quanto fossero realmente.
E soprattutto non immaginava quanto tempo avessero avuto i Marines per prepararsi.
Quando arrivò la notte del 20 agosto, la linea americana era pronta.
Gli uomini si nascosero nelle loro postazioni.
Le mitragliatrici furono predisposte.
I fucili erano pronti.
E poi arrivò il silenzio.
Non il silenzio della sorpresa.
Il silenzio dell’attesa.
Verso le prime ore del 21 agosto, gli uomini di Ichiki iniziarono ad avvicinarsi al fiume.
Il terreno era difficile. Era buio. La vegetazione rendeva quasi impossibile distinguere con chiarezza le sagome degli uomini.
I giapponesi avanzavano verso il perimetro.
E i Marines non sparavano.
Per un soldato che sta avanzando contro una posizione nemica, il silenzio può essere più inquietante del fuoco.
Un colpo di fucile significa che il nemico ha individuato qualcuno.
Il silenzio, invece, lascia aperta una domanda terribile:
Dove sono?
I giapponesi continuarono ad avanzare.
Alcuni raggiunsero il corso d’acqua.
Altri cercarono di attraversarlo.
Le luci dei razzi illuminavano periodicamente la scena. Secondo le testimonianze dei Marines, gli uomini giapponesi arrivarono a distanza ravvicinatissima dalle posizioni americane. Il sergente Al Schmid, che avrebbe combattuto nella battaglia, ricordò in seguito di aver visto una massa scura di uomini muoversi verso l’acqua, paragonandola all’immagine di animali che scendono a bere.
Poi i giapponesi cominciarono a gridare.
“Banzai!”
Alcuni sparavano mentre attraversavano.
Ma la linea americana continuava ad aspettare.
Non era esitazione.
Era controllo del fuoco.
I Marines stavano lasciando che l’attacco entrasse nella zona nella quale le loro mitragliatrici potevano essere più devastanti.
Quando finalmente aprirono il fuoco, la notte esplose.
Le mitragliatrici americane iniziarono a battere le posizioni giapponesi.
I fucili intervennero.
I razzi illuminavano il campo di battaglia.
Il fiume e il banco di sabbia davanti alle linee americane diventarono una zona di morte.
La situazione era ancora più difficile per i giapponesi perché non stavano combattendo contro una linea scoperta.
I Marines erano nascosti nelle loro postazioni.
Il terreno e le fortificazioni improvvisate offrivano loro protezione.
E gli americani avevano ricevuto l’avvertimento in anticipo.
Quello che Ichiki aveva interpretato come debolezza era, in realtà, disciplina.
L’attacco frontale non riuscì a spezzare il perimetro.
Ma la battaglia non finì con il primo assalto.
Per tutta la notte continuarono gli scontri.
Alcuni giapponesi riuscirono ad attraversare il fiume e a raggiungere le posizioni americane. In alcuni settori i combattimenti diventarono corpo a corpo. Le mitragliatrici continuavano a sparare mentre i Marines cercavano di impedire agli uomini di Ichiki di consolidare qualsiasi testa di ponte.
Con il sorgere del sole, però, la situazione apparve con chiarezza.
L’attacco era fallito.
E i giapponesi erano rimasti intrappolati in una posizione estremamente difficile.
A quel punto gli americani passarono al contrattacco.
I Marines attraversarono il fiume e iniziarono a eliminare le sacche di resistenza rimaste. Più tardi intervennero anche i carri armati leggeri, che contribuirono a distruggere le ultime posizioni giapponesi presso il fiume e il boschetto di palme.
La battaglia si trasformò così da un attacco notturno contro il perimetro americano in una vera e propria distruzione del distaccamento di Ichiki.
I numeri raccontano la brutalità dello scontro.
Dei circa 917 uomini che erano sbarcati con il distaccamento, circa 800 furono uccisi. Soltanto 15 furono catturati e un numero relativamente piccolo riuscì a fuggire. Le perdite dei Marines furono molto più basse, nell’ordine di alcune decine di morti e circa settanta feriti.
Il colonnello Ichiki non sopravvisse alla sconfitta.
La sua morte viene generalmente descritta come suicidio rituale dopo la distruzione del suo reparto.
Per gli Alleati, la vittoria dell’Ilu fu molto più importante di quanto potesse sembrare osservando soltanto la mappa.
Guadalcanal era ancora all’inizio della sua lunga e sanguinosa campagna.
L’aeroporto di Henderson Field era diventato il punto strategico centrale dell’isola. Se i giapponesi fossero riusciti a sfondare il perimetro e a riconquistarlo, l’intera posizione americana avrebbe potuto essere messa in pericolo.
La battaglia del Tenaru, o dell’Ilu, fu quindi il primo grande avvertimento che le forze giapponesi avrebbero ricevuto a Guadalcanal.
Le cariche frontali non avrebbero automaticamente distrutto le linee americane.
E l’idea che lo spirito combattivo potesse compensare qualsiasi inferiorità materiale si sarebbe rivelata tragicamente falsa.
Ma c’è un altro elemento che rende quella notte particolarmente significativa.
La vittoria non fu soltanto il risultato delle mitragliatrici americane.
Fu il risultato dell’informazione.
Charles Brush aveva contribuito a scoprire che un grande reparto dell’esercito giapponese era arrivato sull’isola.
Jacob Vouza aveva rischiato la vita per avvertire i Marines che l’attacco era imminente.
Pollock aveva potuto preparare il proprio battaglione.
E i Marines avevano avuto il tempo di trasformare una posizione vulnerabile in una difesa organizzata.
La storia dei 22 metri, dei 25 iarde e degli uomini che avanzavano nel buio viene spesso raccontata come una dimostrazione quasi perfetta di freddezza americana.
Ma la realtà è ancora più interessante.
I Marines non stavano semplicemente aspettando che i giapponesi arrivassero abbastanza vicino.
Sapevano che sarebbero arrivati.
E sapevano che cosa sarebbe successo quando fossero entrati nel campo di tiro.
Dall’altra parte, Ichiki stava combattendo con una percezione completamente diversa del campo di battaglia. Aveva sottovalutato il numero degli americani, non aveva aspettato i rinforzi e interpretò l’assenza di resistenza immediata come un segno della debolezza del nemico.
Era una delle più pericolose forme di errore militare: confondere il silenzio con l’assenza del nemico.
Quella notte, sul fiume Ilu, il silenzio dei Marines non significava che non fossero pronti.
Significava esattamente il contrario.
Dietro quel silenzio c’erano uomini nascosti, mitragliatrici cariche, informazioni ottenute sul campo e un perimetro che aspettava soltanto che l’attaccante entrasse nella posizione giusta.
E quando arrivò l’alba del 21 agosto, il risultato fu evidente.
Il primo grande attacco terrestre giapponese contro il perimetro di Guadalcanal era stato respinto con perdite devastanti per l’Ichiki Detachment. La vittoria americana al Tenaru/Ilu dimostrò che la campagna di Guadalcanal sarebbe stata combattuta non soltanto con coraggio e aggressività, ma con ricognizione, intelligence, disciplina e capacità di trasformare pochi minuti di preavviso in ore di preparazione.
E in quella storia, il protagonista più improbabile non impugnava una mitragliatrice.
Era un poliziotto delle Isole Salomone, ferito, torturato e lasciato per morto.
Jacob Vouza riuscì a tornare dai Marines.
Raccontò loro che il nemico stava arrivando.
Poi gli uomini sulla linea si misero ad aspettare.
E quando le sagome giapponesi comparvero nell’oscurità, gli americani finalmente aprirono il fuoco.
