Il fantasma del New Mexico: la straordinaria storia di Georg Gärtner, il prigioniero di guerra che scomparve per quarant’anni

Nel settembre del 1945, la Seconda guerra mondiale era già finita. In Europa, milioni di soldati stavano tornando a casa e gli eserciti che avevano combattuto per anni cominciavano a essere smobilitati. Per i prigionieri di guerra tedeschi detenuti negli Stati Uniti, sembrava ormai arrivato il momento del rimpatrio.
Per Georg Gärtner, però, il ritorno in Europa non rappresentava la libertà.
Rappresentava la paura.
Aveva soltanto ventiquattro anni. Era stato catturato in Nord Africa nel 1943 e trasferito negli Stati Uniti come prigioniero di guerra. Era nato a Schweidnitz, in Bassa Slesia, una città che dopo la guerra sarebbe passata sotto amministrazione polacca e oggi si chiama Świdnica.
Il Paese che aveva lasciato quando era partito per la guerra non esisteva più.
E Gärtner temeva profondamente ciò che avrebbe trovato tornando a casa.
Così prese una decisione incredibile.
Fuggì.
Non per raggiungere un altro esercito.
Non per tornare in Germania.
Non per continuare la guerra.
Fuggì semplicemente per scomparire.
E ci riuscì.
Per quarant’anni, Georg Gärtner sarebbe vissuto negli Stati Uniti sotto il nome di Dennis Whiles, costruendosi una nuova identità, lavorando, praticando sport, sposandosi e vivendo una vita apparentemente normale mentre il governo americano lo cercava.
La sua storia sarebbe diventata uno dei più incredibili casi di fuga e di falsa identità nella storia dei prigionieri di guerra americani.
Dalla Germania al Nord Africa
Gärtner era nato nel 1920 a Schweidnitz, in Bassa Slesia.
Nel 1940, quando aveva appena diciannove anni, entrò nella Wehrmacht. Durante la guerra fu assegnato all’Afrika Korps e combatté nella campagna del Nord Africa.
Nel 1943, mentre le forze dell’Asse stavano perdendo il controllo della Tunisia, Gärtner fu catturato dalle truppe alleate.
Per lui iniziò una nuova fase della guerra.
Non era più un soldato sul campo di battaglia.
Era un prigioniero.
Come centinaia di migliaia di altri militari tedeschi catturati dagli Alleati, fu trasferito negli Stati Uniti, dove venne internato in un campo per prigionieri di guerra.
La destinazione sarebbe stata il New Mexico.
Camp Deming
Gärtner fu detenuto a Camp Deming, nel sud-ovest del New Mexico.
I campi americani per prigionieri di guerra erano molto diversi dai campi di concentramento nazisti. I prigionieri tedeschi venivano utilizzati come manodopera in agricoltura, costruzioni e altri lavori, secondo le regole internazionali applicabili ai prigionieri di guerra.
Il New Mexico ospitava diversi campi e distaccamenti per prigionieri tedeschi e italiani. A Deming, Gärtner trascorse gli ultimi anni della guerra.
Durante la prigionia imparò e perfezionò l’inglese, una capacità che in seguito sarebbe stata fondamentale per la sua sopravvivenza. Secondo le ricostruzioni della sua vita, aveva già studiato inglese durante il periodo di formazione militare. (losalamoshistory.org)
Poi arrivò il 1945.
La Germania capitolò.
La guerra finì.
Per molti prigionieri, il momento tanto atteso era arrivato.
Per Gärtner, invece, iniziò il periodo più difficile della sua vita.
La paura di tornare a casa
Gärtner aveva motivo di temere il futuro.
La sua città natale, Schweidnitz, si trovava in una regione che alla fine della guerra passò sotto controllo polacco. Per un tedesco proveniente dalla Bassa Slesia, il ritorno non significava semplicemente rientrare nella vecchia casa.
Significava tornare in un territorio completamente trasformato dalla guerra e dagli accordi tra le potenze vincitrici.
Secondo il racconto di Gärtner, la prospettiva di essere rimpatriato nella nuova realtà dell’Europa orientale lo terrorizzava.
E prese una decisione radicale.
Avrebbe preferito diventare un uomo senza passato piuttosto che tornare a casa.
La fuga
Nel settembre 1945, diverse settimane dopo la fine della guerra, Gärtner mise in atto il suo piano.
Le ricostruzioni storiche collocano la fuga al 21 settembre 1945, anche se alcune fonti riportano il 22 settembre. Il punto fondamentale è che avvenne quando la guerra era già terminata e il rimpatrio dei prigionieri era in corso. (losalamoshistory.org)
Gärtner riuscì a uscire dal campo passando sotto le recinzioni.
Poi raggiunse un binario ferroviario.
Aveva studiato gli orari dei treni e attese il momento giusto.
Quando arrivò un treno merci diretto verso la California, saltò a bordo.
Un uomo che poche ore prima era ancora un prigioniero di guerra americano era improvvisamente libero.
Ma quella libertà aveva un prezzo.
Da quel momento, Georg Gärtner non poteva più essere Georg Gärtner.
Nasce Dennis Whiles
Dopo la fuga, iniziò una vita completamente diversa.
Gärtner si spostò continuamente.
Lavorò come operaio, lavapiatti, bracciante e boscaiolo. Si muoveva da una città all’altra sulla costa occidentale degli Stati Uniti, cercando di evitare qualsiasi contatto con le autorità.
Sapeva che il governo lo stava cercando.
E non si limitò semplicemente a usare un nome falso.
Costruì una nuova persona.
Diventò Dennis F. Whiles.
Inventò una storia personale credibile.
Secondo le ricostruzioni pubblicate dopo la sua confessione, raccontava di essere cresciuto in un orfanotrofio dopo la morte dei genitori in un incidente stradale.
Era una storia semplice.
Ma soprattutto era una storia difficile da verificare.
Nel frattempo, il suo inglese diventò sempre più naturale.
Questa fu probabilmente una delle ragioni principali per cui riuscì a sopravvivere così a lungo senza essere scoperto.
Non sembrava più un prigioniero di guerra appena fuggito.
Sembrava semplicemente un americano.
Il paradosso della ricerca
Le autorità americane non ignorarono la sua fuga.
L’esercito avviò una ricerca e nel 1947 l’FBI diffuse manifesti con la sua fotografia. Per anni il suo nome rimase associato alla lista dei prigionieri tedeschi fuggiti dai campi americani.
Ma Gärtner aveva un vantaggio enorme.
Non stava cercando di lasciare gli Stati Uniti.
Stava cercando di vivere al loro interno.
La sua conoscenza dell’inglese migliorava.
Il suo aspetto non era particolarmente appariscente.
Non aveva commesso violenze durante la fuga.
Non aveva un’organizzazione criminale alle spalle.
E soprattutto, le autorità ritenevano che fosse fuggito per evitare il rimpatrio, non perché rappresentasse una minaccia violenta.
La ricerca continuò per anni, ma progressivamente perse intensità.
Secondo le ricostruzioni storiche, la ricerca ufficiale dell’FBI terminò nel 1963.
Gärtner, però, continuò a vivere con la paura.
La vita che nessuno conosceva
Nel corso degli anni, Dennis Whiles riuscì persino a costruirsi una vita rispettabile.
Si stabilì nella zona di Norden, in California, vicino al lago Tahoe.
Durante l’inverno lavorava come istruttore di sci.
Durante l’estate svolgeva altri lavori, tra cui attività nel settore delle costruzioni e delle vendite.
Era atletico.
Sportivo.
Socievole.
Niente, almeno apparentemente, lo distingueva dagli altri americani.
Ma c’era una cosa che non poteva fare facilmente:
parlare del proprio passato.
Non poteva raccontare dove era nato.
Non poteva spiegare la propria giovinezza.
Non poteva raccontare la guerra.
Non poteva dire di essere stato un prigioniero tedesco.
Ogni domanda sulla sua famiglia o sulla sua infanzia richiedeva una nuova parte della storia inventata.
E più gli anni passavano, più quella bugia diventava difficile da sostenere.
L’incontro con Jean
Nel 1964, Gärtner incontrò Jean Clarke durante una serata organizzata presso una YMCA.
Si innamorarono.
Si sposarono.
Jean aveva due figli da un precedente matrimonio, che Gärtner contribuì a crescere.
Per ventuno anni Jean visse accanto a un uomo che credeva di conoscere.
Ma non conosceva il suo vero nome.
Non sapeva che suo marito era nato in Germania.
Non sapeva che era stato un soldato della Wehrmacht.
Non sapeva che era fuggito da un campo per prigionieri di guerra.
E soprattutto non sapeva che il governo americano aveva cercato quell’uomo per anni.
Gärtner aveva mantenuto il segreto persino con la persona più vicina a lui.
Ma vivere una vita normale diventava sempre più difficile.
Un uomo prigioniero della propria libertà
Questo è forse l’aspetto più sorprendente della sua storia.
Gärtner era libero.
Poteva lavorare.
Poteva sposarsi.
Poteva viaggiare all’interno degli Stati Uniti.
Poteva praticare sport.
Ma non era veramente libero.
Il suo passato lo seguiva ovunque.
Non poteva ottenere facilmente un passaporto.
Non poteva uscire dagli Stati Uniti senza rischiare di attirare l’attenzione delle autorità.
Ogni controllo ufficiale poteva rappresentare un pericolo.
Ogni documento poteva contenere una domanda.
Ogni conversazione sulla sua famiglia poteva diventare un problema.
Aveva conquistato la libertà fisica ma, in un certo senso, era diventato prigioniero della propria identità falsa.
Una fotografia che avrebbe potuto rovinarlo
La storia contiene anche un episodio quasi incredibile.
Nel gennaio del 1952, Gärtner partecipò a una spedizione di soccorso nella Sierra Nevada per aiutare i passeggeri del treno City of San Francisco, rimasto bloccato dalla neve.
La spedizione attirò l’attenzione dei media.
E Gärtner finì persino fotografato da Life magazine.
L’uomo ricercato dall’FBI era comparso pubblicamente in una fotografia senza essere riconosciuto.
La situazione sembra quasi uscita da un film.
Ma Gärtner continuò a vivere indisturbato.
Il segreto comincia a pesare
Con il passare dei decenni, però, la pressione psicologica aumentò.
Jean cominciò a capire che suo marito stava nascondendo qualcosa di enorme.
Il suo rifiuto di parlare del passato diventava sempre più difficile da spiegare.
Nel 1984, dopo vent’anni di matrimonio, Jean arrivò a un punto di rottura.
Le sue valigie erano pronte.
Un taxi aspettava.
Gärtner comprese che stava per perdere la donna con cui aveva condiviso gran parte della propria vita.
E finalmente confessò.
Le disse chi era veramente.
Le raccontò della Germania.
Della guerra.
Della prigionia.
Della fuga.
Del nome Georg Gärtner.
Jean rimase sconvolta.
Ma invece di abbandonarlo definitivamente, gli consigliò di uscire allo scoperto.
Il contatto con Arnold Krammer
Gärtner aveva letto un libro dello storico Arnold Krammer, professore alla Texas A&M University e studioso dei prigionieri di guerra tedeschi negli Stati Uniti.
A un certo punto lo contattò telefonicamente.
Disse di essere Dennis Whiles.
Poi rivelò la verità.
Era Georg Gärtner.
Il prigioniero di guerra fuggito da Camp Deming nel 1945.
Era ancora vivo.
E aveva vissuto negli Stati Uniti per quarant’anni.
Krammer comprese immediatamente l’importanza della storia.
I due collaborarono alla realizzazione del libro Hitler’s Last Soldier in America, pubblicato nel 1985.
E Gärtner decise che era arrivato il momento di consegnarsi.
L’11 settembre 1985
L’11 settembre 1985, a San Pedro, in California, Georg Gärtner si presentò davanti alle autorità dell’Immigration and Naturalization Service.
Dopo quarant’anni di fuga, si arrese.
Aveva sessantaquattro anni.
Per decenni aveva temuto quel momento.
Ma la reazione delle autorità fu molto diversa da quella che probabilmente aveva immaginato.
Gärtner fu inizialmente considerato un immigrato deportabile, ma la sua situazione giuridica era ormai estremamente complessa. Aveva vissuto negli Stati Uniti per quattro decenni, era sposato da oltre vent’anni con una cittadina americana e non rappresentava una minaccia per la sicurezza.
Il commissario regionale dell’INS Harold Ezell dichiarò che le sue prospettive di ottenere la residenza permanente erano molto buone proprio grazie al matrimonio con una cittadina statunitense.
Il governo non lo mandò semplicemente in Germania.
Il caso fu trattato attraverso le procedure dell’immigrazione.
E alla fine Gärtner riuscì a rimanere negli Stati Uniti.
Perché il governo lo lasciò restare?
Questa parte della storia viene spesso raccontata come se il governo americano avesse semplicemente deciso di “perdonarlo”.
La realtà era più complessa.
Quando Gärtner si consegnò, erano passati quarant’anni.
La ricerca nei suoi confronti era stata chiusa da decenni.
Il contesto legale era completamente cambiato.
Era sposato con una cittadina americana da più di vent’anni.
Aveva costruito una vita stabile.
E non aveva commesso crimini violenti.
L’INS riconobbe che esistevano basi molto più concrete per consentirgli di regolarizzare la propria posizione che per deportarlo dopo quattro decenni di vita negli Stati Uniti.
Il caso si concluse con la sua permanenza negli Stati Uniti.
Nel 2009, Gärtner divenne cittadino americano naturalizzato.
Il soldato tedesco che nel 1945 aveva cercato disperatamente di evitare il rimpatrio era diventato, più di sessant’anni dopo, cittadino del Paese in cui era arrivato come prigioniero di guerra.
Una storia senza un vero vincitore
La vicenda di Georg Gärtner è difficile da classificare.
Non è una semplice storia di fuga.
Non è neppure una storia di spionaggio.
Gärtner non cercò di danneggiare gli Stati Uniti.
Non costruì una rete criminale.
Non tentò di tornare in Germania per continuare la guerra.
Voleva soltanto evitare un futuro che considerava spaventoso.
Ma per ottenere quella libertà dovette rinunciare al proprio nome.
Per quarant’anni visse come qualcun altro.
Si sposò senza poter raccontare tutta la verità.
Costruì una carriera senza poter parlare della propria giovinezza.
E visse con la consapevolezza che, in qualunque momento, il passato avrebbe potuto tornare.
Alla fine, fu la coscienza a costringerlo a uscire dall’ombra.
Quando confessò a Jean, non stava semplicemente rivelando un vecchio segreto.
Stava rinunciando alla falsa identità che aveva protetto per quattro decenni.
Il vero significato della storia
Georg Gärtner morì nel 2013 in Colorado, all’età di novantadue anni. La sua vicenda rimane uno degli episodi più insoliti legati ai prigionieri di guerra tedeschi negli Stati Uniti.
La sua storia ci ricorda che la fine di una guerra non significa necessariamente la fine della paura.
Per un soldato catturato, la guerra può continuare nella memoria.
Per un uomo che teme il ritorno a casa, la libertà può trasformarsi in fuga.
E per chi sceglie una nuova identità, ogni anno trascorso lontano dal proprio passato può rendere ancora più difficile tornare a essere se stesso.
Nel 1945, Georg Gärtner era un giovane prigioniero tedesco che aveva paura di ciò che lo aspettava.
Nel 1985, era Dennis Whiles, un americano di sessantaquattro anni che aveva vissuto quasi tutta la sua vita adulta sotto un nome inventato.
Tra quei due uomini c’erano quarant’anni.
Quarant’anni di bugie.
Quarant’anni di paura.
Quarant’anni di una vita costruita lontano dal Paese in cui era nato.
E quando finalmente decise di dire la verità, scoprì qualcosa che forse nel 1945 non avrebbe mai potuto immaginare:
non sarebbe stato riportato in catene in Germania.
Il governo americano gli avrebbe permesso di continuare la sua vita.
Alla fine, il prigioniero che era fuggito dall’America nel 1945 era diventato, molti decenni dopo, un cittadino americano.
La sua fuga era durata quarant’anni.
Ma la parte più straordinaria della storia è che, quando finalmente smise di scappare, scoprì di non avere più bisogno di farlo.
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