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Guadalcanal, agosto 1942: quando i Marines rimasero soli e trasformarono una pista nella loro salvezza

La mattina del 9 agosto 1942, Guadalcanal appariva molto diversa da come l’avevano immaginata i Marines arrivati due giorni prima.

Il 7 agosto, la costa era stata riempita da navi, mezzi da sbarco, uomini, rifornimenti e artiglieria. La 1ª Divisione Marine aveva iniziato la prima grande offensiva terrestre americana contro il Giappone nel Pacifico, conquistando rapidamente l’aeroporto giapponese quasi completato sull’isola.

Poi arrivò la notizia che nessuno sulla spiaggia voleva sentire.

Le forze navali di copertura stavano ritirandosi.

Dopo la battaglia di Savo Island, nella notte tra l’8 e il 9 agosto, la situazione navale era diventata estremamente pericolosa. L’ammiraglio Frank Fletcher decise di ritirare le proprie portaerei e il comando autorizzò il movimento verso sud. La partenza lasciò la forza da sbarco senza una protezione aerea e navale efficace.

Per il generale Alexander A. Vandegrift, comandante della 1ª Divisione Marine, la notizia era allarmante.

I suoi uomini erano ancora nel mezzo dello sbarco.

E soprattutto, una parte enorme dei rifornimenti era ancora a bordo delle navi.

Il piano originale prevedeva che i trasporti rimanessero davanti a Guadalcanal ancora per diversi giorni. Ora, invece, i Marines rischiavano di rimanere sull’isola senza aver scaricato tutto ciò di cui avevano bisogno. Secondo la storia ufficiale dell’esercito americano, nella notte tra l’8 e il 9 agosto più della metà delle forniture della divisione era ancora nelle stive dei trasporti.

Guadalcanal era improvvisamente diventata una trappola.

Una pista al centro di tutto

Ma sull’isola c’era qualcosa che valeva più di qualsiasi discorso.

Una pista.

I giapponesi avevano iniziato a costruire un aeroporto nella pianura di Lunga. Quando i Marines sbarcarono, il campo non era ancora completato.

I lavori continuarono immediatamente.

I Marines non avevano bisogno soltanto di conquistare Guadalcanal.

Avevano bisogno di trasformare quella pista in una base aerea americana.

Il problema era che il terreno era terribile.

La pioggia poteva trasformare il campo in fango. Il caldo tropicale rendeva il lavoro estenuante. Gli uomini dovevano spostare enormi quantità di terra utilizzando pale, camion e perfino materiali e mezzi lasciati dai giapponesi.

La storia ufficiale dell’esercito americano registra che per colmare un tratto di circa 196 piedi nel centro della pista furono spostati circa 100.000 piedi cubi di terra con pale, camion e mezzi recuperati.

Era un lavoro che sembrava quasi impossibile nelle condizioni dell’isola.

Ma nessuno poteva permettersi di fermarsi.

Il nome che avrebbe cambiato la battaglia

Il campo venne chiamato Henderson Field, in onore del maggiore Lofton Henderson, pilota dei Marines caduto durante la battaglia di Midway.

Il nome sarebbe diventato famoso in tutto il Pacifico.

Perché Henderson Field non era semplicemente una pista.

Era la chiave della sopravvivenza americana a Guadalcanal.

Il 10 agosto Vandegrift comunicò che il campo avrebbe potuto essere utilizzato dagli aerei. Il 12 agosto un idrovolante PBY effettuò un primo atterraggio temporaneo. Ma l’aeroporto non era ancora una vera base operativa.

I Marines continuarono a lavorare.

Ogni metro di pista significava una possibilità in più.

Ogni carico di carburante significava un’altra giornata di resistenza.

Ogni aereo che sarebbe riuscito ad atterrare avrebbe potuto portare munizioni, attaccare le navi giapponesi o difendere l’isola.

E soprattutto avrebbe potuto impedire ai giapponesi di dominare completamente il cielo.

Il primo contrattacco giapponese

Tokyo non aveva intenzione di lasciare Guadalcanal agli americani.

I giapponesi sapevano che l’aeroporto aveva un’importanza enorme.

Il primo tentativo di riconquistarlo arrivò rapidamente.

Il colonnello Kiyonao Ichiki guidò una forza iniziale di circa 900 uomini verso le posizioni americane.

Gli uomini di Ichiki avanzarono convinti di poter distruggere rapidamente la testa di ponte americana.

Ma l’intelligence giapponese aveva sottovalutato drasticamente la forza dei Marines.

Quello che Ichiki stava per affrontare non era un piccolo distaccamento.

Era una divisione.

Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, le truppe giapponesi attaccarono le posizioni americane presso il fiume Ilu, nell’area che sarebbe diventata nota come battaglia del Tenaru.

Le mitragliatrici americane aprirono il fuoco.

I giapponesi tentarono di attraversare il corso d’acqua e superare le difese.

Ma il terreno, il filo spinato, le armi automatiche e l’artiglieria trasformarono l’attacco in una carneficina.

All’alba, la prima grande offensiva giapponese contro la testa di ponte americana era stata respinta.

Il reparto di Ichiki era stato praticamente distrutto.

Ma Vandegrift sapeva che non era la fine.

Era soltanto l’inizio.

Henderson Field diventa operativo

Il vero cambiamento arrivò il 20 agosto.

Quel giorno, 19 caccia F4F Wildcat del VMF-223 e 12 bombardieri in picchiata SBD del VMSB-232 raggiunsero Henderson Field.

Non erano una forza enorme.

Ma erano esattamente ciò di cui Guadalcanal aveva bisogno.

Nacque così il nucleo della futura Cactus Air Force.

Gli uomini sull’isola avevano finalmente un’arma che poteva reagire dal cielo.

Il loro aeroporto non era più soltanto un obiettivo da difendere.

Era diventato una minaccia per il Giappone.

Gli aerei potevano attaccare le navi che cercavano di portare rinforzi.

Potevano intercettare i bombardieri.

Potevano colpire le truppe che tentavano di avvicinarsi a Henderson Field.

E potevano mantenere in vita la guarnigione americana.

Il campo era ancora rudimentale.

La pista poteva trasformarsi in polvere o fango. Il rifornimento degli aerei veniva effettuato anche manualmente utilizzando fusti da 55 galloni. Le comunicazioni erano difficili e gli uomini vivevano sotto la minaccia costante dei bombardamenti.

Ma Henderson Field funzionava.

Ed era sufficiente.

La montagna sopra l’aeroporto

Il fallimento di Ichiki non significava che i giapponesi avessero rinunciato.

Al contrario.

Il comando giapponese stava preparando forze molto più grandi.

La prossima offensiva avrebbe avuto un obiettivo preciso: distruggere il perimetro americano e conquistare Henderson Field.

Una delle posizioni più importanti era una cresta a sud dell’aeroporto.

La posizione sarebbe diventata famosa come Edson’s Ridge, o Bloody Ridge.

Era comandata dal tenente colonnello Merritt A. Edson, uno degli ufficiali più esperti dei Marines.

La cresta non sembrava necessariamente spettacolare su una carta.

Ma la sua posizione era fondamentale.

Da lì si poteva controllare l’accesso meridionale a Henderson Field.

Se i giapponesi fossero riusciti a superare quella linea, avrebbero potuto avvicinarsi all’aeroporto.

E se Henderson Field fosse caduto, la situazione americana sarebbe diventata drammatica.

Non c’era più spazio per l’errore

I Marines avevano ormai imparato una lezione fondamentale.

Guadalcanal non sarebbe stata conquistata in un singolo giorno.

Non sarebbe stata una semplice operazione anfibia.

Sarebbe diventata una guerra di logoramento.

Ogni notte potevano arrivare navi giapponesi.

Ogni giorno potevano arrivare bombardieri.

La pista poteva essere danneggiata.

I soldati potevano ammalarsi.

Il cibo poteva diminuire.

Le munizioni potevano diventare insufficienti.

E ogni nuovo reparto giapponese poteva trasformare la situazione.

Ma c’era una cosa che gli americani possedevano ormai e che i giapponesi dovevano conquistare.

Henderson Field.

Per questo la battaglia per Guadalcanal diventò rapidamente una battaglia per un aeroporto.

Non una semplice pista.

Una pista che significava controllo del cielo.

Controllo del mare.

Possibilità di rifornimento.

Capacità di evacuare i feriti.

E soprattutto la possibilità di continuare a combattere.

L’isola che non poteva essere abbandonata

La leggenda racconta spesso Guadalcanal come la storia di un gruppo di Marines abbandonati su un’isola ostile.

La realtà è più complessa.

I Marines non furono semplicemente lasciati senza alcun sostegno per tutta la campagna. La situazione logistica cambiò rapidamente e già dal 12 agosto il comando navale iniziò a organizzare nuovi invii di carburante, munizioni e personale tecnico verso Guadalcanal.

Ma nei primi giorni la sensazione di isolamento era reale.

Vandegrift aveva visto le navi allontanarsi.

Aveva visto quanto materiale fosse ancora bloccato nelle stive.

Sapeva che il nemico avrebbe reagito.

E sapeva che il tempo giocava contro di lui.

La soluzione fu trasformare l’isola stessa in una base.

Costruire.

Scavare.

Riparare.

Combattere.

Ripetere.

La vera arma era il tempo

Il successo americano a Guadalcanal non dipese da un singolo momento eroico.

Fu una gara contro il tempo.

I giapponesi dovevano riconquistare Henderson Field prima che gli americani potessero trasformarlo in una base permanente.

Gli americani dovevano rendere operativo il campo prima che arrivassero le grandi forze giapponesi.

Quando i primi aerei americani atterrarono, l’equilibrio cambiò.

Quando Ichiki attaccò e fu respinto, cambiò ancora.

Quando i Marines fortificarono le alture intorno all’aeroporto, la conquista giapponese diventò sempre più difficile.

E quando la Cactus Air Force iniziò a operare quotidianamente, Guadalcanal smise di essere soltanto una testa di ponte.

Diventò una fortezza.

Il prezzo della pista

Nei mesi successivi, Henderson Field sarebbe stato bombardato, attaccato e danneggiato innumerevoli volte.

I suoi uomini avrebbero dormito nel fango.

Gli aerei sarebbero decollati sotto il fuoco.

Le navi giapponesi avrebbero bombardato l’aeroporto durante la notte.

Le truppe giapponesi avrebbero lanciato ripetuti attacchi contro il perimetro.

Eppure la pista sarebbe rimasta operativa.

La storia ufficiale dei Marines ricorda che la battaglia per Guadalcanal avrebbe continuato a coinvolgere combattimenti terrestri, navali e aerei fino al 1943; gli Stati Uniti avrebbero infine impegnato due divisioni Marine, due divisioni dell’esercito e altre unità prima che l’isola fosse definitivamente assicurata.

Tutto era cominciato da una pista quasi incompleta.

Una pista che i giapponesi avevano costruito.

Una pista che i Marines avevano conquistato.

Una pista che gli americani avevano terminato mentre aspettavano l’attacco.

E che sarebbe diventata uno dei punti più contesi dell’intera guerra del Pacifico.

La mattina in cui l’oceano sembrò vuoto

Il 9 agosto 1942, quando le navi alleate si allontanarono da Guadalcanal, molti Marines potevano avere l’impressione che fossero rimasti soli.

Ma nel giro di pochi giorni avrebbero trasformato quella vulnerabilità in qualcosa di diverso.

Avevano scavato.

Avevano costruito.

Avevano combattuto.

Avevano trasformato un aeroporto incompleto in Henderson Field.

E poi avevano messo degli aerei sulla pista.

Da quel momento, ogni nave giapponese che si fosse avvicinata all’isola avrebbe dovuto fare i conti con il cielo.

Ogni soldato giapponese che avesse marciato verso l’aeroporto avrebbe dovuto affrontare il perimetro.

E ogni comandante che avesse progettato di cacciare gli americani da Guadalcanal avrebbe dovuto affrontare una realtà che all’inizio della campagna sembrava quasi impossibile:

i Marines non avevano bisogno che l’isola fosse sicura per combattere. Dovevano soltanto mantenerla abbastanza a lungo da trasformare quella pista in un’arma.

Henderson Field divenne così il cuore della battaglia.

E Guadalcanal divenne il luogo in cui l’offensiva americana nel Pacifico dimostrò, per la prima volta, che il Giappone poteva essere costretto a combattere una guerra che non aveva più il controllo di scegliere.

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