“Gli inglesi stanno evacuando. Noi no”: il disperato coraggio degli australiani e neozelandesi durante la battaglia di Creta

Creta, 27 maggio 1941. Da sette giorni l’isola era diventata un campo di battaglia.
Le forze tedesche avevano lanciato una delle più audaci operazioni aviotrasportate della Seconda guerra mondiale. Paracadutisti e truppe da montagna erano stati impiegati per conquistare gli aeroporti e i punti strategici dell’isola, mentre le forze britanniche, australiane, neozelandesi e greche cercavano disperatamente di impedire la caduta di Creta.
I combattimenti erano stati feroci.
Gli uomini avevano combattuto per giorni quasi senza riposo. Le comunicazioni erano spesso confuse, le unità si erano mescolate e i rifornimenti scarseggiavano. Molti soldati erano feriti, esausti e consapevoli che la situazione stava rapidamente peggiorando.
A quel punto, la battaglia non sembrava più una questione di vittoria.
Sembrava una questione di sopravvivenza.
Le forze alleate avevano iniziato a ritirarsi verso le coste meridionali dell’isola, dove le navi avrebbero cercato di evacuare quanti più uomini possibile. La situazione era drammatica: migliaia di soldati dovevano attraversare un territorio difficile mentre le truppe tedesche avanzavano.
Eppure, mentre molti uomini si dirigevano verso le zone di evacuazione, alcuni reparti ricevettero un compito diverso.
Dovevano rimanere indietro.
Il loro compito era rallentare l’avanzata tedesca abbastanza a lungo da permettere agli altri soldati di raggiungere la costa.
Tra questi uomini c’erano australiani e neozelandesi.
Erano soldati che sapevano perfettamente cosa stava accadendo. Non si trovavano davanti a una grande offensiva destinata a riconquistare l’isola. Non stavano preparando un contrattacco capace di cambiare l’esito della guerra.
Sapevano che Creta era ormai perduta.
E proprio questa consapevolezza rendeva il loro compito ancora più difficile.
Dovevano combattere non per vincere, ma per guadagnare tempo.
In guerra, il tempo può avere un valore enorme.
Ogni ora concessa a un’unità in ritirata può significare centinaia di uomini salvati. Ogni strada mantenuta aperta può permettere a una colonna di raggiungere una nave. Ogni posizione difesa può costringere il nemico a fermarsi, riorganizzarsi e perdere tempo.
Gli australiani e i neozelandesi sapevano quindi che il loro sacrificio poteva servire a proteggere altri soldati.
La strada che avevano davanti diventò una linea di difesa improvvisata.
Di fronte a loro avanzavano le truppe tedesche, compresi i temuti Gebirgsjäger, i soldati da montagna della Wehrmacht.
Erano uomini addestrati a combattere in terreni difficili e avevano già affrontato giorni di combattimento sull’isola.
Quando raggiunsero le posizioni alleate, probabilmente si aspettavano di trovare una resistenza ormai indebolita.
Ma davanti a loro trovarono uomini che non avevano intenzione di cedere facilmente.
La situazione era estremamente pericolosa.
Gli Alleati disponevano di risorse limitate e non avevano il vantaggio della sorpresa. I tedeschi avevano l’iniziativa e la pressione dell’avanzata dalla loro parte.
Gli uomini che difendevano la posizione, invece, avevano una motivazione diversa.
Non potevano permettersi di lasciare passare il nemico.
Dietro di loro c’erano compagni che stavano cercando di raggiungere la costa.
La battaglia si trasformò così in una lotta ravvicinata e brutale.
Quando le distanze si ridussero, le armi da fuoco lasciarono progressivamente spazio al combattimento corpo a corpo. In una situazione simile, una carica alla baionetta poteva avere un effetto psicologico enorme.
Non era semplicemente una questione di infliggere perdite.
Era una dimostrazione di volontà.
Un gruppo che attacca improvvisamente con la baionetta può costringere l’avversario a fermarsi, arretrare o riorganizzarsi. Per pochi minuti, l’iniziativa può cambiare completamente di mano.
Ed è proprio questo che rende così impressionante il comportamento di quei soldati.
Erano esausti.
Avevano visto compagni cadere.
Sapevano che l’isola stava per essere perduta.
Sapevano anche che, una volta terminata la battaglia, molti di loro avrebbero potuto essere catturati.
Eppure continuarono a combattere.
Il loro obiettivo non era conquistare territorio.
Era impedire ai tedeschi di avanzare abbastanza rapidamente da minacciare l’evacuazione.
Questo tipo di combattimento richiede una forma particolare di coraggio. Non il coraggio di chi crede di poter vincere, ma quello di chi comprende che probabilmente non può farlo e decide comunque di mantenere la posizione.
Creta sarebbe infatti caduta.
Le forze alleate non sarebbero riuscite a mantenere l’isola.
Ma la resistenza di quei reparti contribuì alla più ampia lotta per permettere a una parte delle forze alleate di ritirarsi verso l’Egitto.
La battaglia di Creta ebbe conseguenze enormi per entrambi gli schieramenti.
Per la Germania, la conquista dell’isola fu una vittoria, ma estremamente costosa. Le perdite subite dalle unità aviotrasportate tedesche furono così pesanti da influenzare profondamente il modo in cui Hitler considerò le grandi operazioni aviotrasportate successive.
Per gli Alleati, invece, Creta rappresentò una dolorosa sconfitta.
Ma rappresentò anche una dimostrazione della determinazione con cui australiani e neozelandesi potevano combattere in condizioni disperate.
Il termine ANZAC è spesso associato al coraggio e alla resistenza dei soldati australiani e neozelandesi. Creta contribuì ulteriormente a costruire quella memoria.
Tuttavia, dietro la leggenda bisogna ricordare le persone reali.
Giovani uomini lontani dalle proprie famiglie, molti dei quali avevano probabilmente immaginato la guerra in modo completamente diverso. Uomini che si ritrovarono improvvisamente a combattere su un’isola del Mediterraneo, circondati da un nemico superiore e con poche possibilità di ricevere aiuto.
Il loro coraggio non consistette nell’ignorare la paura.
Consistette nel continuare nonostante la paura.
E forse è proprio questo il significato più profondo di quell’episodio.
Quando una battaglia è già quasi perduta, quando non esiste più una possibilità concreta di vittoria e quando l’unica cosa che rimane da fare è guadagnare tempo per gli altri, la scelta di restare può diventare una delle prove più difficili per un soldato.
Quegli uomini non stavano difendendo soltanto una strada.
Stavano difendendo i compagni che si trovavano dietro di loro.
Ogni minuto guadagnato poteva significare una possibilità in più per qualcun altro.
E così, il 27 maggio 1941, in una Creta ormai condannata alla caduta, australiani e neozelandesi continuarono a combattere.
Non perché credessero che l’isola potesse essere salvata.
Ma perché sapevano che, mentre loro resistevano, altri uomini potevano ancora riuscire a fuggire.
A volte il coraggio non significa vincere una battaglia. Significa restare abbastanza a lungo perché qualcun altro possa tornare a casa.
