Caporetto, 1917: gli uomini e gli errori dietro una delle più grandi sconfitte italiane
Nell’autunno del 1917, sul fronte dell’Isonzo, l’esercito italiano si trovava apparentemente in una situazione che poteva sembrare sotto controllo. Dopo due anni di combattimenti durissimi, le truppe avevano conquistato Gorizia e combattuto numerose offensive contro l’esercito austro-ungarico. Il fronte, però, rimaneva sostanzialmente bloccato.
Dietro questa apparente stabilità si stava preparando una delle più drammatiche crisi militari della storia italiana.
La battaglia di Caporetto, iniziata il 24 ottobre 1917, non fu semplicemente il risultato di un attacco improvviso. Fu il prodotto dell’incontro tra una nuova tattica offensiva austro-tedesca, una complessa situazione sul terreno e una serie di decisioni prese nei giorni e nelle settimane precedenti.
Per comprendere ciò che accadde, bisogna quindi osservare gli uomini che occupavano i vertici del comando italiano.
Tra questi, tre nomi emergono più di ogni altro: Luigi Cadorna, Luigi Capello e Pietro Badoglio.
Cadorna e l’illusione di avere il tempo
Luigi Cadorna era il capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano. Dal 1915 aveva diretto le principali operazioni sul fronte dell’Isonzo e aveva costruito un sistema di comando fortemente centralizzato.
Cadorna non ignorava completamente la possibilità di un’offensiva nemica. Nel settembre 1917 aveva infatti impartito disposizioni generali per prepararsi alla difesa. Il problema era che interpretava le informazioni disponibili attraverso una particolare convinzione strategica: riteneva probabile che il principale attacco austro-tedesco sarebbe arrivato dal Trentino, mentre l’alta valle dell’Isonzo avrebbe potuto essere soltanto un settore secondario.
Questa valutazione avrebbe avuto conseguenze enormi.
Nelle settimane precedenti a Caporetto, le informazioni raccolte dagli italiani non erano affatto irrilevanti. Erano stati osservati movimenti di truppe e artiglierie nemiche e alcune informazioni provenienti da disertori indicavano persino che era in preparazione un’importante offensiva.
Ma conoscere l’esistenza di una minaccia non significa necessariamente comprenderne la direzione, la dimensione e il momento.
Ed è proprio qui che il sistema di comando italiano iniziò a mostrare le sue debolezze.
Capello e la Seconda Armata
Luigi Capello comandava la Seconda Armata, una gigantesca formazione composta da ventiquattro divisioni. Era uno dei comandanti italiani più importanti e, dopo i successi ottenuti sull’Isonzo, godeva di notevole prestigio.
Capello, tuttavia, interpretò diversamente la situazione.
Le disposizioni difensive provenienti dall’Alto Comando non furono trasformate in una vera e propria preparazione sistematica alla difesa. Capello continuava a considerare possibile un’azione offensiva italiana e, secondo gli studi storici, sperava persino di anticipare l’avversario con una nuova offensiva prima dell’inverno.
La conseguenza fu paradossale.
Da una parte, Cadorna aveva ordinato di prepararsi alla difesa.
Dall’altra, il comandante della principale armata coinvolta nell’attacco nemico non organizzò quella difesa con la rapidità necessaria.
Le truppe rimasero quindi inserite in un dispositivo che non era stato completamente trasformato per affrontare una grande offensiva.
Badoglio e il settore di Tolmino
Tra gli ufficiali che avrebbero avuto un ruolo decisivo nelle prime ore della battaglia vi era Pietro Badoglio.
Badoglio comandava il XXVII Corpo d’Armata, schierato nel settore di Tolmino.
La sua posizione era particolarmente importante perché proprio da quella zona sarebbe arrivata una delle principali penetrazioni austro-tedesche.
La sorpresa non fu totale nel senso assoluto del termine: gli italiani avevano ricevuto diversi segnali di un’imminente offensiva.
Ma la combinazione tra la sottovalutazione della minaccia, la disposizione delle forze e la natura dell’attacco fece sì che la reazione italiana fosse troppo lenta.
Quando arrivò l’offensiva, il sistema difensivo cominciò a disintegrarsi in alcuni punti molto più rapidamente di quanto il comando italiano avesse previsto.
La notte del 24 ottobre
Alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917, l’artiglieria austro-tedesca aprì il fuoco.
Non si trattò semplicemente di un bombardamento lungo e indiscriminato come quelli che avevano caratterizzato molte offensive precedenti.
L’attacco combinò bombardamenti intensi e precisi, uso di gas, infiltrazione della fanteria e sfruttamento sistematico delle debolezze individuate nelle linee italiane.
Il maltempo contribuì ulteriormente alla confusione.
Pioggia e nebbia ridussero la visibilità.
Poi arrivò la fanteria.
Le truppe tedesche e austro-ungariche avanzarono attraverso i punti più vulnerabili del dispositivo italiano, evitando quando possibile di affrontare direttamente le posizioni più fortificate.
Era una forma di combattimento molto diversa dalle grandi masse di fanteria che avevano caratterizzato molte offensive precedenti.
Le unità d’assalto cercavano di penetrare rapidamente nelle retrovie, aggirare i centri di resistenza e colpire le comunicazioni.
A Tolmino e nella Conca di Plezzo, il fronte italiano cominciò a cedere.
Entro le prime ore, le forze attaccanti avevano attraversato l’Isonzo e stavano sfruttando le brecce aperte nella difesa.
Quando il fronte diventa una fuga
Il problema principale non era più soltanto la perdita di una posizione.
Era la possibilità che intere unità venissero aggirate.
Una posizione fortificata può resistere per ore o giorni.
Ma se il nemico passa alle sue spalle, quella stessa posizione diventa una trappola.
Questo fu uno degli elementi che trasformarono Caporetto in una crisi operativa di dimensioni enormi.
Il fianco sinistro della Seconda Armata fu progressivamente travolto e l’intera formazione iniziò a ritirarsi. Anche la Terza Armata, schierata più a sud, rischiava di essere aggirata.
La velocità dell’avanzata fu impressionante.
Il giorno successivo all’inizio dell’offensiva, le forze austro-tedesche avevano avanzato per oltre venti chilometri in alcuni settori e catturato migliaia di prigionieri.
Il fronte dell’Isonzo, costruito attraverso due anni di sacrifici, stava collassando.
Cadorna comprende la dimensione della crisi
A quel punto non era più possibile considerare l’attacco una semplice operazione locale.
La situazione richiedeva una decisione radicale: ritirarsi per evitare l’accerchiamento.
Nella notte tra il 26 e il 27 ottobre, Cadorna ordinò il ripiegamento della Seconda e della Terza Armata verso il Tagliamento.
Il 27 ottobre il Comando Supremo abbandonò Udine.
Il giorno seguente le truppe austro-tedesche entrarono nella città.
L’esercito italiano continuò la ritirata verso il Tagliamento e successivamente verso il Piave.
La sconfitta, ormai, aveva superato di molto la dimensione di una singola battaglia.
Era diventata una crisi nazionale.
Chi fu responsabile?
È una domanda che ha accompagnato Caporetto per più di un secolo.
Cadorna accusò duramente le truppe della Seconda Armata, sostenendo che alcune unità avevano ceduto senza opporre sufficiente resistenza. La sua interpretazione contribuì a creare una controversia che sarebbe durata per decenni.
Ma la storiografia successiva ha mostrato un quadro molto più complesso.
Non si può spiegare Caporetto semplicemente con la “vigliaccheria” dei soldati.
Molte unità italiane combatterono con grande resistenza.
Altre furono travolte dall’accerchiamento, dalla perdita delle comunicazioni, dalla sorpresa tattica e dalla rapidità dell’avanzata nemica.
Anche il comando aveva commesso errori.
La preparazione difensiva era stata insufficiente e le riserve non erano state disposte in modo adeguato per affrontare una penetrazione così profonda.
Caporetto fu quindi il risultato di una combinazione di fattori: errori di valutazione, problemi organizzativi, nuove tattiche nemiche, difficoltà di comunicazione, condizioni meteorologiche e crisi morale in alcune unità.
Dopo Caporetto
La ritirata non significò la distruzione definitiva dell’esercito italiano.
Sul Piave le forze italiane riuscirono a stabilire una nuova linea difensiva.
L’esercito fu riorganizzato e Cadorna venne progressivamente sostituito. Il comando passò infine ad Armando Diaz, che avrebbe adottato un approccio differente alla gestione dell’esercito e del rapporto con i soldati.
Gli Alleati inviarono inoltre rinforzi britannici e francesi.
La tragedia di Caporetto aveva quindi prodotto anche una trasformazione del sistema militare italiano.
La linea del Piave sarebbe diventata il simbolo della resistenza dopo la grande ritirata.
Una tragedia costruita prima dell’alba
Caporetto viene spesso ricordata come una battaglia iniziata improvvisamente nella nebbia del 24 ottobre 1917.
Ma la sua storia era cominciata molto prima.
Era cominciata nelle valutazioni dei comandanti, nelle informazioni interpretate in modo diverso, negli ordini rimasti troppo generici, nelle posizioni difensive non adeguatamente preparate e nella convinzione che il nemico avrebbe agito secondo schemi già conosciuti.
Cadorna vedeva una minaccia, ma non ne comprese pienamente la direzione.
Capello disponeva di un’enorme forza, ma non trasformò tempestivamente il suo schieramento in una vera difesa.
Badoglio comandava un settore che sarebbe diventato uno dei punti decisivi della penetrazione.
E dall’altra parte, tedeschi e austro-ungarici introdussero una combinazione di artiglieria, gas, infiltrazione e movimento che riuscì a rompere un fronte apparentemente stabile.
Per questo Caporetto non può essere ridotta a una semplice storia di coraggio o codardia.
È la storia di come un esercito enorme possa trovarsi improvvisamente senza una risposta efficace quando la realtà del campo di battaglia cambia più velocemente della capacità dei suoi comandanti di comprenderla.
All’alba del 24 ottobre 1917, molti soldati italiani credevano ancora di trovarsi davanti a un’altra offensiva come tante.
Nel giro di pochi giorni, stavano attraversando l’Italia settentrionale in una ritirata disperata.
Il fronte dell’Isonzo era crollato.
Ma la guerra non era finita.
Sul Piave, l’esercito italiano avrebbe ricominciato a combattere.
E proprio da quella catastrofe sarebbe iniziata la lunga ricostruzione che avrebbe portato, un anno più tardi, alla vittoria di Vittorio Veneto.
