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Quattromila Partigiani Attaccarono gli Italiani a Pljevlja Sicuri della Vittoria, Due Giorni Dopo…

 Il comandante della divisione conosce i suoi uomini, sa cosa possono fare e sa che i partigiani stanno commettendo un errore fatale. Pensano di attaccare soldati di occupazione, stanno attaccando specialisti della guerra di montagna. Quello che rende gli alpini diversi non è solo l’addestramento, è la mentalità.

 Un alpino non si considera parte di un esercito regolare, si considera parte di una fratellanza. Il cappello con la penna non è un uniforme, è un’identità. Quando un alpino cade, gli altri non scappano, avanzano a Pievia questa mentalità sta per essere messa alla prova. Alle 5 del mattino la situazione sembra disperata. I partigiani controllano il fortino, hanno penetrato il centro città, [musica] i depositi sono nelle loro mani, ma quello che i partigiani non capiscono è che la battaglia è appena cominciata.

 Gli ingegneri italiani nella centrale elettrica si barricano al secondo piano. Sono in pochi. I partigiani controllano i piani inferiori, ma gli ingegneri non si arrendono. Tengono la posizione, aspettano. Alle 5:15 i partigiani lanciano un assalto al quartier generale della divisione. Sono sicuri che il comando italiano sia nel panico.

 Si sbagliano. L’attacco viene respinto. I difensori non cedono 1 metro. Alle 7:00 del mattino succede qualcosa che i partigiani non si aspettano. Usano prigionieri italiani catturati come scudi umani per attaccare il quartier generale del quinto reggimento artiglieria alpina. È una tattica brutale progettata per paralizzare la difesa italiana. Non funziona.

 Gli alpini respingono l’attacco. Comunque gli artiglieri della Pusteria non sparano sui loro compagni, ma non si arrendono nemmeno. Trovano angoli di fuoco che evitano gli ostaggi, lanciano contrattacchi laterali, costringono i partigiani a ritirarsi con i prigionieri ancora vivi. Alle 7:20 due squadre di alpini ricevono l’ordine più difficile della notte.

 La chiesa ortodossa nel centro della città è diventata un nido di cecchini partigiani. Da lì i tiratori controllano le strade principali. Ogni movimento italiano viene punito con il fuoco. Le due squadre avanzano sotto il fuoco. Casa per casa, porta per porta, arrivano alla chiesa. I cecchini sparano dalle finestre.

 Gli alpini non hanno scelta. Danno fuoco all’edificio. È una decisione terribile, una chiesa in fiamme, ma è l’unico modo per eliminare la minaccia. I cecchini fuggono o muoiono, il nido viene neutralizzato all’alba il comandante della Pusteria ordina il contrattacco generale. Non difesa, attacco. È la mentalità degli alpini.

 Quando il nemico pensa di averti in trappola colpisci. La 145ª compagnia alpini, rinforzata da un plotone della 144ª riceve l’obiettivo più importante, riprendere il fortino. La vecchia fortezza ottomana domina la città. Finché i partigiani la tengono, controllano il campo di battaglia. Gli alpini si preparano, controllano le armi, fissano le baionette, sanno cosa li aspetta.

 Una salita ripida sotto il fuoco contro un nemico trincerato in una fortezza di pietra. Impossibile, forse. Ma gli alpini non conoscono questa parola. Quello che succede nelle ore successive cambierà il corso dell’insurrezione montenegrina. Le 9 del mattino. Il sole è sorto su Pievia. Ma la battaglia infuria ancora. I partigiani tengono il fortino, gli alpini si preparano a riprenderselo.

 La 145ª compagnia parte all’assalto. La salita verso la fortezza è ripida, esposta, senza copertura. I partigiani hanno mitragliatrici posizionate in alto, hanno il vantaggio del terreno, hanno i numeri, hanno tutto dalla loro parte, tranne una cosa. Non stanno affrontando soldati normali. Gli alpini avanzano, i primi colpi arrivano subito, un uomo cade, un altro.

 La compagnia non si ferma, continuano a salire. Roccia dopo roccia, metro dopo metro. I partigiani intensificano il fuoco. Non basta. I sergenti urlano ordini. I fucili rispondono, le granate volano, gli alpini usano ogni centimetro di copertura naturale dietro le rocce, nelle depressioni del terreno, avanzano a balzi, 3 m, stop, fuoco, altri 3 m.

 I partigiani nel fortino iniziano a capire questi non sono i soldati italiani che conoscono, questi non si fermano, non si ritirano, continuano a venire. Alle 9:30 gli alpini raggiungono le mura esterne della fortezza. Combattimento ravvicinato, baionette, granate lanciate attraverso le finestre. Il rumore è assordante.

 Urla, esplosioni, [musica] colpi di fucile. I partigiani cedono prima uno, poi un altro. Il panico si diffonde. Quelli che possono fuggono verso le uscite posteriori. Quelli che restano vengono catturati o uccisi. Alle 9:00 del mattino esatte, meno di un’ora dopo l’inizio del contrattacco, il fortino è di nuovo in mani italiane. I partigiani hanno perso la loro posizione dominante. Ma la battaglia non è finita.

In città i combattimenti continuano in ogni strada, in ogni edificio. Gli alpini avanzano metodicamente. Non è un assalto caotico, è guerra di montagna. applicata al combattimento urbano. Ogni angolo viene controllato, ogni finestra viene neutralizzata, ogni metro viene conquistato.

 Alle 10:30 l’artiglieria alpina entra in azione. I cannoni del quinto reggimento iniziano a bombardare le posizioni partigiane ancora attive. Gli edifici occupati dai nemici tremano sotto i colpi. I partigiani che pensavano di essere al sicuro scoprono che non c’è rifugio. Il comandante partigiano Jovanovic si rende conto che qualcosa è andato terribilmente storto.

L’attacco doveva essere una vittoria rapida, doveva dimostrare la debolezza italiana, invece sta diventando un massacro. I suoi uomini cadono a decine. Le posizioni conquistate nella notte vengono perse una dopo l’altra. [musica] Entro mezzogiorno del primo dicembre la situazione dei partigiani è critica. Hanno perso il fortino, hanno perso il controllo del centro città.

L’artiglieria italiana sta demolendo le loro posizioni. I contrattacchi alpini li spingono indietro su ogni fronte. Ma Jovanovicć non si arrende, ordina di tenere le posizioni, aspetta la notte. Forse nell’oscurità potranno riorganizzarsi, rinforzarsi, riprendere l’offensiva. La notte arriva, i combattimenti diminuiscono, ma non si fermano.

 Gli alpini mantengono la pressione, pattuglie continue, nessun riposo per i partigiani. Il secondo dicembre alle 8:00 del mattino le operazioni italiane riprendono a pieno ritmo. Gli alpini non danno tregua. Ogni sacca di resistenza partigiana viene identificata e eliminata. Alle 9 l’assedio al quartier generale del quinto artiglieria viene definitivamente spezzato.

 I partigiani che tenevano la posizione vengono dispersi. Durante la mattinata gli ultimi resistenti partigiani vengono eliminati. Alcuni si arrendono, altri fuggono verso le montagne, altri ancora cadono combattendo. Nel primo pomeriggio del 2 dicembre la battaglia di Pievlia è finita. 2000 alpini hanno respinto 4.000 partigiani. [musica] Non solo respinto.

Annientato. Le perdite partigiane sono devastanti. 203 morti, 269 feriti. Centinaia di altri sono scomparsi, fuggiti, dispersi nelle montagne. I partigiani erano venuti per dimostrare che gli italiani non sapevano combattere, invece hanno scoperto chi sono gli alpini della pusteria. Ma la battaglia non è solo una vittoria militare, è un punto di svolta e le conseguenze si faranno sentire per anni.

Nella confusione della battaglia emergono storie di eroismo individuale che definiscono lo spirito degli alpini. Alla centrale elettrica un gruppo di ingenieri italiani scrive una pagina di resistenza impossibile. Quando i partigiani catturano il piano terra e il primo piano questi uomini si barricano al secondo, sono in inferiorità numerica, non hanno via di fuga.

 I partigiani controllano le scale. Il sergente maggiore che comanda il gruppo non ha molte opzioni. Può arrendersi, può tentare di fuggire. Sceglie la terza opzione, resistere. Ordina di bloccare le scale con tutto quello che trovano, mobili, attrezzature, qualsiasi cosa. Poi posiziona i suoi uomini alle finestre e alla porta.

 I partigiani attaccano una volta, due volte, tre volte, ogni volta vengono respinti. Il sergente maggiore conta le munizioni, poche, raziona i colpi, un proiettile per ogni bersaglio sicuro. Niente sprechi, le ore passano. Il piano terra è in mano nemica. Il primo piano è in mano nemica, ma il secondo piano resta italiano.

 [musica] I genieri tengono la posizione fino all’arrivo dei rinforzi. Non perdono un solo uomo. È un miracolo di disciplina e coraggio. Nelle strade di Pievlia altre storie si scrivono nel sangue. Un tenente della 145ª compagnia guida il suo plotone nell’assalto al fortino. La salita è un inferno. I proiettili fischiano da ogni direzione.

L’uomo alla sua destra cade, quello alla sua sinistra viene ferito. Il tenente non si ferma, raggiunge le mura della fortezza per primo, si volta verso i suoi uomini, li vede esitare. La morte è ovunque, è comprensibile, ma il tenente sa che se si fermano adesso moriranno tutti sotto il fuoco delle mitragliatrici partigiane.

 Alza il fucile, urla qualcosa che nessuno sentirà mai chiaramente nel frastuono della battaglia. Poi si lancia oltre il muro. I suoi uomini lo seguono uno dopo l’altro, non per obbedienza, per orgoglio, perché il loro ufficiale è andato per primo, perché gli alpini non lasciano i compagni da soli. Il tenente sopravvive alla battaglia, [musica] sarà decorato per il suo coraggio, ma la vera decorazione, dirà poi, sono gli uomini che lo hanno seguito quando tutto sembrava perduto.

 Alla chiesa ortodossa le due squadre di alpini incaricate di neutralizzare i cecchini affrontano una situazione impossibile. I tiratori partigiani hanno posizioni perfette, controllano l’ingresso principale e tutte le strade di accesso. Ogni tentativo di avvicinarsi viene punito. Il caporal maggiore che guida la prima squadra studia il problema.

 L’approccio frontale è suicidio. L’approccio laterale è impossibile, le strade sono troppo esposte. Resta solo un’opzione, passare attraverso gli edifici adiacenti. La squadra entra nella casa più vicina alla chiesa. Sfondano un muro, entrano nella casa successiva, sfondano un altro muro.

 Casa dopo casa si avvicinano alla chiesa senza mai uscire allo scoperto. Quando raggiungono l’edificio adiacente alla chiesa, i cecchini non se ne accorgono, sono concentrati sulle strade, non si aspettano un attacco dal fianco. Il caporal maggiore dà il segnale. [musica] Gli alpini emergono dal muro sfondato, granate, fuoco. In pochi secondi i cecchini sono neutralizzati.

 Alcuni fuggono, quelli che restano si arrendono o muoiono, ma la chiesa è ancora piena di partigiani, troppi per un assalto diretto. Il caporal maggiore prende una decisione che lo perseguiterà per sempre, dall’ordine di dare fuoco all’edificio. È una scelta terribile, una chiesa bruciata, ma è l’unica scelta che salverà i suoi uomini.

 I partigiani all’interno fuggono dal fuoco e dalle fiamme. Vengono catturati o abbattuti mentre escono. Il nido di cecchini è eliminato. Dopo la battaglia il caporal maggiore guarderà le rovine della chiesa e non dirà una parola. Ha fatto quello che doveva fare, ma il costo pesa. Questi sono gli alpini della pusteria. Uomini che fanno scelte impossibili in situazioni impossibili.

 Uomini che tengono la posizione quando tutto sembra perduto. Uomini che guidano dalla prima linea, non dal retro. I partigiani pensavano di attaccare soldati di occupazione. Hanno scoperto guerrieri di montagna. La differenza tra soldati e guerrieri non si vede solo nella vittoria, si vede nel momento dopo la vittoria.

 Quando la battaglia finisce, gli alpini della Pusteria hanno ogni diritto alla vendetta. I partigiani hanno attaccato nel cuore della notte. Hanno usato prigionieri italiani come scudi umani. Hanno combattuto senza uniforme, senza rispettare le convenzioni. Sono guerriglieri, non soldati regolari. Gli alpini potrebbero rispondere con la stessa moneta.

 Nessuno li condannerebbe. È guerra. È il Montenegro del 1941. Le regole esistono solo sulla carta, ma gli alpini scelgono diversamente. I prigionieri partigiani vengono trattati secondo le convenzioni. Feriti curati, cibo distribuito, acqua fornita. Non perché qualcuno li costringa, perché è quello che fanno i soldati professionisti.

 Un ufficiale medico italiano passa ore a curare i feriti partigiani. Alcuni sono gravemente colpiti, richiedono interventi chirurgici urgenti. Il dottore non chiede la nazionalità prima di operare, cura tutti. Prima i casi più gravi, poi gli altri. Italiani e montenegrini sullo stesso tavolo operatorio.

 Un partigiano ferito, un giovane che non ha ancora 20 anni, guarda il medico italiano che gli salva la gamba. Non capisce. Aveva sentito dire che gli italiani erano occupanti brutali, assassini, criminali. Invece vede un uomo che rischia la propria fatica per salvare un nemico. Il capitano che comanda il posto di soccorso nota lo sguardo confuso del giovane, si avvicina.

 Il partigiano si irrigidisce aspettandosi il peggio. Il capitano gli offre una sigaretta. Il ragazzo la prende con mano tremante. Non dicono una parola, non serve. Il gesto dice tutto. Questo è il contrasto che definisce gli alpini. Non sono truppe di rappresaglia, non sono occupanti vendicativi. Sono soldati di montagna con una tradizione di onore che risale a generazioni.

 Nelle valli delle Alpi, dove gli alpini vengono reclutati, la guerra ha sempre avuto regole non scritte. Si combatte l’avversario in battaglia, si rispetta l’avversario dopo la battaglia. Le montagne insegnano umiltà. Insegnano che oggi sei il vincitore, domani potresti essere il vinto e vorrai essere trattato come hai trattato gli altri.

 I partigiani che sopravvivono a Pievlia porteranno con sé questa memoria. Molti di loro racconteranno di essere stati trattati con rispetto. Alcuni anni dopo, ammetteranno che la loro immagine degli italiani era sbagliata. Non tutti erano quello che la propaganda dipingeva, ma la moralità degli alpini va oltre il trattamento dei prigionieri.

 Durante la battaglia gli alpini hanno fatto tutto il possibile per evitare danni ai civili. La popolazione di Pievia non era il nemico, erano persone intrappolate in una battaglia che non avevano scelto. Quando possibile, gli alpini hanno evacuato i civili dalle zone di combattimento. Hanno avvertito prima di sparare verso gli edifici.

 La chiesa ortodossa bruciata pesa sulla coscienza degli uomini che hanno dato l’ordine. Ma era necessario. I cecchini stavano uccidendo i loro compagni. Non avevano alternativa. Tuttavia, dopo la battaglia, il comando italiano documenta l’accaduto, non lo nasconde, non lo giustifica, lo registra come perdita inevitabile in una situazione impossibile.

Questa onestà è rara in guerra. I vincitori spesso riscrivono la storia, gli alpini no, riportano i fatti, ammettono i costi, non celebrano la distruzione. I partigiani avevano attaccato aspettandosi truppe di occupazione deboli e demoralizzate. Avevano trovato soldati professionisti, ma più importante ancora avevano trovato uomini d’onore.

 È una distinzione che farà la differenza negli anni a venire. I numeri parlano da soli. 203 partigiani morti, 269 feriti, centinaia di dispersi, fuggiti nelle montagne, svaniti nella notte. 4.000 uomini avevano attaccato con la certezza della vittoria. Due giorni dopo l’insurrezione montenegrina era finita. Ma non sono i numeri a raccontare la storia completa, sono le conseguenze.

 La battaglia di [musica] Pleievia non fu solo una sconfitta tattica per i partigiani, fu un disastro strategico che cambiò il corso della guerra in Montenegro per 2 anni. Gli storici militari la definiscono con chiarezza inequivocabile. La battaglia di Plievlia fu l’ultimo grande scontro dell’insurrezione in Montenegro. Questa non è propaganda italiana, questa è storia documentata.

 Prima di Pleievia i partigiani controllavano ampie zone del territorio montenegrino. Dopo Pievlia furono espulsi dalla regione, non sarebbero tornati in forze fino alla primavera del 1943. 2 anni. 2 anni di pace relativa in Montenegro. 2 anni in cui i partigiani non osarono più attaccare le guarnigioni italiane con operazioni su larga scala.

La Pusteria aveva insegnato una lezione che nessuno avrebbe dimenticato. Ma c’è di più. Mosha Pihade, uno dei leader più importanti del movimento partigiano, scrisse una lettera a Tito il 7 dicembre 1941, 6 giorni dopo la battaglia. Richiedeva un’indagine formale sulla disfatta. Voleva capire cosa fosse andato storto, come 4.

000 combattenti avessero potuto fallire così completamente contro 2000 difensori. La risposta era semplice, ma i comandanti partigiani non volevano ammetterla. avevano sottovalutato gli alpini italiani. Tito stesso aveva intuito il pericolo. I suoi due ordini di non attaccare Pievlia non erano stati arbitrari.

 Il leader partigiano sapeva che le truppe alpine italiane non erano normali soldati di occupazione. Aveva cercato di fermare l’attacco. I suoi comandanti locali lo avevano ignorato e avevano pagato il prezzo. La sconfitta di Pleievlia ebbe conseguenze che andarono oltre il campo di battaglia. Il morale partigiano crollò. Molti combattenti, delusi e demoralizzati dalla disfatta, disertarono, non tornarono a casa, passarono dalla parte opposta, si unirono ai cetnici, i nazionalisti anticomunisti guidati da Drajilovic.

I rapporti dell’epoca registrano questo fenomeno con parole che pesano. Una terra senza cetnici fu improvvisamente sommersa dai cetnici. Non fu una coincidenza, fu una conseguenza diretta di Pievlia. I partigiani avevano promesso vittorie facili contro gli occupanti italiani. Avevano consegnato una sconfitta devastante.

 La fiducia nel movimento comunista montenegrino si sgretolò. Il terrore che i comunisti scatenarono dopo la sconfitta nel tentativo di mantenere il controllo peggiorò solo le cose. Sempre più montenegrini abbandonarono i partigiani. La resistenza comunista in Montenegro non si sarebbe mai più ripresa completamente durante la guerra.

Gli italiani non avevano solo vinto una battaglia. avevano spezzato un’insurrezione e la validazione arrivò non solo dalla storia, ma dallo stesso nemico. I sopravvissuti partigiani, che furono interrogati dopo la battaglia raccontarono la stessa storia. Non si aspettavano quella resistenza, non si aspettavano quel contrattacco.

 Avevano creduto ai loro comandanti quando dicevano che gli italiani erano deboli. Avevano scoperto la verità a caro prezzo. Un documento partigiano recuperato dopo la guerra ammette: “L’attacco a Pievlia fu un errore strategico basato su una sottovalutazione delle capacità difensive italiane. Non è retorica italiana, non è propaganda, è l’ammissione del nemico stesso.

” I partigiani avevano riso degli italiani, avevano creduto agli stereotipi, avevano pensato che bastasse un attacco notturno a sorpresa per travolgere la guarnigione. Non avevano capito chi difendeva Pievlia, la quinta divisione Pusteria, l’undicimento alpini, uomini delle montagne italiane addestrati per combattere dove nessun altro esercito può arrivare.

 70 anni di storia, 70 anni di battaglie impossibili vinte. Gli alpini non avevano solo respinto l’attacco, avevano contrattaccato, avevano ripreso ogni posizione persa, avevano trasformato quella che doveva essere una vittoria partigiana nell’ultimo grande scontro dell’insurrezione montenegrina. Chi ride ora? I partigiani che erano così sicuri della vittoria il primo dicembre non risero più.

 Per 2 anni il Montenegro rimase tranquillo. Per 2 anni nessuno osò ripetere l’errore di Pleievia. Gli alpini della Pusteria avevano dimostrato cosa significa sottovalutare l’Italia. Dopo Plievia, la quinta divisione Pusteria continuò a operare nei Balcani fino all’agosto del 1942. 8 mesi dopo la battaglia che aveva cambiato il Montenegro, la divisione venne richiamata in Italia.

 Aveva completato la sua missione. Da lì gli alpini della Pusteria parteciparono all’occupazione della Francia di Vishì. continuarono a servire fino alla fine della guerra, portando con sé la reputazione guadagnata sulle montagne del Montenegro. Ma la storia di Plevia non finì con la ritirata della divisione.

 Il Montenegro rimase relativamente tranquillo per quasi 2 anni. I partigiani, decimati dalla sconfitta, non tentarono più operazioni su larga scala fino alla primavera del 1943. La lezione era stata appresa a caro prezzo. La battaglia di Plevia entrò nei libri di storia militare come esempio di difesa riuscita contro forze superiori.

2 a1 le probabilità. Attacco notturno a sorpresa. Posizioni chiave perse nelle prime ore. Eppure la guarnigione italiana non solo resistette, ma contrattaccò e vinse. Nelle accademie militari italiane Plievlia viene studiata ancora oggi, non come esempio di eroismo astratto, ma come caso pratico di leadership sotto pressione, contrattacco decisivo e tenuta morale in condizioni estreme.

 La tradizione alpina, quella fratellanza di uomini delle montagne che risale al 1872, uscì da plievia rafforzata. Gli alpini avevano dimostrato che i valori non erano solo parole. Quando la situazione era disperata, quando tutto sembrava perduto, quegli uomini avevano fatto esattamente quello che generazioni di alpini prima di loro avevano fatto.

Avevano contrattaccato. Il cappello con la penna nera, simbolo degli alpini da 150 anni, porta con sé questa eredità. Ogni alpino che indossa quel cappello oggi eredita la storia di Plevia. eredita la storia di uomini che non si arresero quando avrebbero potuto, che non fuggirono quando sarebbe stato facile, che scelsero di combattere quando tutto era contro di loro.

 Oggi la quinta divisione pusteria non esiste più nella sua forma originale, ma il nome vive, le tradizioni vivono, i reggimenti che portano avanti quella storia continuano a servire nelle forze armate italiane. Ogni anno gli alpini si riuniscono per commemorare i loro caduti e celebrare la loro storia. Pleievlia è una delle tante battaglie ricordate, non la più famosa, non la più grande, ma una di quelle che definiscono cosa significa essere un alpino.

 I partigiani che attaccarono quella notte di dicembre pensavano di sapere cosa fosse un soldato italiano. Avevano creduto alla propaganda, avevano creduto agli stereotipi, avevano creduto che bastasse un numero superiore e un attacco a sorpresa per vincere. Scoprirono la verità a caro prezzo. Gli italiani che difendevano Pievlia non erano truppe di occupazione qualsiasi, erano specialisti della guerra di montagna.

 Erano eredi di una tradizione che aveva combattuto sulle cime più alte delle Alpi. Erano uomini che conoscevano il freddo, la fatica, la morte e non si arrendevano a nessuna di queste. Il Montenegro imparò questa lezione nel dicembre del 1941. L’insurrezione finì. I partigiani si dispersero. Per 2 anni nessuno osò ripetere l’errore. Quella notte 4.

000 uomini attaccarono convinti di travolgere 2000 difen

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