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Cosa disse davvero l’alto comando canadese quando i suoi soldati distrussero Friesoythe?

Il 14 aprile 1945, la guerra in Europa era ormai vicina alla fine.

A ovest, gli eserciti alleati stavano penetrando sempre più profondamente nella Germania nazista. A est, l’Armata Rossa si preparava all’assalto finale contro Berlino. La Wehrmacht era allo stremo, ma in molti settori continuava a combattere con una ferocia impressionante.

Quel giorno, nella cittadina tedesca di Friesoythe, accadde qualcosa che per decenni sarebbe rimasto una delle pagine più scomode della storia dell’esercito canadese.

Ma bisogna innanzitutto correggere un elemento fondamentale della storia spesso raccontata online.

Non è documentato che 50 guardie delle SS siano state catturate e poi giustiziate dagli Argyll and Sutherland Highlanders.

La vicenda realmente documentata è diversa, e sotto alcuni aspetti ancora più inquietante: il comandante degli Argyll, il tenente colonnello Frederick E. Wigle, fu ucciso durante i combattimenti e, dopo la diffusione della falsa voce secondo cui fosse stato assassinato da un civile tedesco, gran parte di Friesoythe venne incendiata come rappresaglia.

La mattina del 14 aprile

Gli uomini degli Argyll and Sutherland Highlanders of Canada avevano combattuto per mesi.

Non erano più i soldati che avevano attraversato l’Europa dopo il D-Day.

Avevano visto compagni morire in Normandia, nel Belgio e nei Paesi Bassi. Avevano combattuto nelle foreste, nelle città e attraverso le linee fortificate tedesche.

Il 14 aprile entrarono nella zona di Friesoythe.

Il comandante del reggimento era il tenente colonnello Frederick Ernest Wigle, un ufficiale molto apprezzato dai suoi uomini.

Wigle aveva assunto il comando degli Argyll pochi mesi prima e aveva già dimostrato di essere un comandante aggressivo e coraggioso.

Il 13 aprile aveva scritto ai suoi genitori una frase che, alla luce di ciò che sarebbe accaduto il giorno dopo, appare quasi profetica: quella missione era molto rischiosa e poteva essere la sua ultima. Fu ucciso il 14 aprile.

L’attacco tedesco

La situazione non era affatto quella di una città ormai completamente sicura.

Le unità canadesi erano entrate nell’area, ma alcuni paracadutisti tedeschi erano riusciti a evitare l’osservazione canadese.

Quando raggiunsero il quartier generale tattico degli Argyll, scoppiò un combattimento improvviso.

I tedeschi attaccarono il posto di comando.

Wigle fu ucciso durante l’azione.

La ricostruzione storica più attendibile indica che fu colpito durante l’attacco di un’unità tedesca che aveva raggiunto il quartier generale senza essere individuata.

Ma al fronte le informazioni non viaggiavano con la precisione degli archivi storici.

Viaggiavano attraverso soldati stanchi, messaggeri, urla e voci.

E una voce iniziò a diffondersi.

“È stato un civile”

Si disse che Wigle fosse stato ucciso da un cecchino civile tedesco.

Era falso.

Ma gli uomini che ricevettero quella notizia non avevano la possibilità di verificarla immediatamente.

Per loro, il comandante era morto.

E il responsabile, secondo ciò che avevano sentito, non era nemmeno un soldato regolare.

Era un civile.

Quella distinzione aveva un enorme peso psicologico.

I soldati alleati avevano già sperimentato una guerra in cui civili, Volkssturm e unità militari si trovavano talvolta mescolati.

La paura dei cecchini era reale.

La rabbia era reale.

E la morte di Wigle trasformò quella rabbia in desiderio di vendetta.

Christopher Vokes riceve la notizia

A comandare la 4th Canadian Armoured Division c’era il maggior generale Christopher Vokes.

Vokes conosceva Wigle.

Sapeva quanto fosse popolare.

E quando gli arrivò la notizia della sua morte, reagì con furia.

Secondo una ricostruzione successiva, Vokes decise che Friesoythe avrebbe pagato.

Il problema era che la città non era responsabile della morte di Wigle.

E la stessa premessa della rappresaglia era basata su una voce falsa.

La successiva testimonianza dello storico ufficiale canadese C.P. Stacey è particolarmente importante.

Stacey si trovava nella zona e vide personalmente gli abitanti essere allontanati dalle loro case mentre gli edifici venivano incendiati.

Anni dopo descrisse l’episodio come una rappresaglia sbagliata e osservò quanto facilmente le rappresaglie potessero sfuggire al controllo.

Friesoythe viene distrutta

Quello che seguì fu devastante.

Le truppe canadesi incendiarono una parte enorme della città.

Furono utilizzati anche veicoli dotati di lanciafiamme e altri mezzi per appiccare gli incendi.

Le stime sulla distruzione variano, ma le fonti tedesche parlano di circa l’85-90% delle abitazioni distrutte.

La popolazione era stata evacuata durante i combattimenti, ma la distruzione della città lasciò migliaia di persone senza casa.

La rappresaglia non aveva modificato il corso della guerra.

Non aveva eliminato una formazione tedesca.

Non aveva recuperato Wigle.

Era vendetta.

Ed è proprio questo che rende l’episodio così controverso.

Ma dove sono le 50 SS?

Qui ritorna la domanda del titolo.

La risposta è che la documentazione disponibile non conferma la storia di 50 guardie delle SS giustiziate dagli Argyll a Friesoythe.

Questo elemento sembra essere una fusione di episodi differenti della fase finale della guerra.

In quei giorni ci furono certamente esecuzioni illegali di prigionieri tedeschi da parte di alcune unità alleate.

Ci furono anche rappresaglie contro civili e distruzioni di villaggi.

E le Waffen-SS erano coinvolte in combattimenti particolarmente feroci.

Ma non bisogna trasformare episodi distinti in un unico massacro che le fonti non dimostrano.

La storia reale di Friesoythe è già sufficientemente grave.

E cosa disse l’alto comando canadese?

La risposta è sorprendentemente complessa.

Non ci fu una grande conferenza stampa nella quale il comando canadese annunciò:

“Abbiamo giustiziato 50 SS.”

Non esiste una simile dichiarazione documentata.

Anzi, l’episodio di Friesoythe rimase in larga misura ai margini della narrazione ufficiale durante e immediatamente dopo la guerra.

La stessa storia ufficiale dell’esercito canadese fu molto cauta sulla distruzione della città.

Lo storico ufficiale C.P. Stacey, che era presente nella zona, avrebbe successivamente spiegato molto più chiaramente ciò che aveva visto.

Nella sua autobiografia definì Friesoythe l’unico episodio che avesse personalmente osservato e che potesse essere considerato un crimine di guerra commesso da soldati canadesi.

Questa è una testimonianza straordinariamente importante.

Perché non proviene da un critico esterno dell’esercito canadese.

Proviene dallo storico ufficiale dell’esercito canadese.

Vokes non mostrò grande rimorso

La vicenda non finì con la distruzione di Friesoythe.

Dopo la guerra, Vokes si trovò coinvolto in un’altra questione controversa: il processo al generale tedesco Kurt Meyer, comandante della 12. SS-Panzer-Division “Hitlerjugend”.

Meyer era stato condannato a morte per crimini di guerra.

Vokes, che avrebbe dovuto occuparsi dell’appello finale, finì per commutare la pena in ergastolo.

Durante le discussioni sul caso, Vokes fece un’osservazione rivelatrice: sostenne di non conoscere praticamente nessun generale o colonnello alleato che, a un certo punto, non avesse detto qualcosa come “questa volta non vogliamo prigionieri”.

Era una frase che mostrava quanto fosse diventata complicata la questione morale nella fase finale della guerra.

Vokes non stava dicendo che le esecuzioni illegali fossero formalmente lecite.

Stava descrivendo la mentalità che si era diffusa in alcuni reparti dopo anni di combattimenti.

E, cosa ancora più significativa, Vokes in seguito scrisse di non provare un grande rimorso per la distruzione di Friesoythe.

La rabbia aveva una storia

Per comprendere il comportamento dei soldati canadesi bisogna anche capire cosa avevano appena vissuto.

Avevano combattuto contro un esercito che, in alcuni settori, continuava a resistere quando la guerra era ormai chiaramente perduta.

Avevano visto compagni uccisi.

Avevano incontrato soldati tedeschi che continuavano a combattere fino all’ultimo.

Avevano visto gli effetti dei crimini nazisti in Europa.

E nel 1945 le notizie sui campi di concentramento stavano diventando sempre più evidenti.

Ma comprendere la rabbia non significa giustificare ogni azione compiuta sotto l’impulso della rabbia.

Questa distinzione è fondamentale.

Un soldato può avere tutte le ragioni psicologiche del mondo per desiderare vendetta.

Ma un prigioniero di guerra che si è arreso non può essere semplicemente ucciso perché i suoi compagni hanno commesso crimini.

Il paradosso di Friesoythe

La tragedia è che i canadesi avevano conquistato la città mentre la Germania stava già crollando.

Mancavano poche settimane alla resa.

La guerra era quasi finita.

Eppure proprio negli ultimi giorni, quando il risultato strategico era ormai deciso, alcune unità combatterono con una ferocia che sembrava appartenere ai primi anni del conflitto.

Friesoythe divenne così un simbolo.

Non del fatto che canadesi e tedeschi fossero moralmente equivalenti.

Non lo erano.

Ma del fatto che anche gli eserciti che combattevano una guerra contro un regime criminale potevano oltrepassare i limiti che si erano impegnati a rispettare.

La vera storia è più potente della leggenda

La versione virale racconta una storia semplice:

**50 SS catturate.
50 SS giustiziate.

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