Nella notte del 14 maggio 1982, la stazione aeronavale argentina Estación Aeronaval Calderón ospitava 11 velivoli disposti lungo una pista erbosa sulla costa nord dell’isola. Sei aerei d’attacco al suolo Pucará del Grupo 3 de Ataque, quattro addestratori Turbo Mentor armati per compiti contro-insurrezionali e un aereo da trasporto Short Skyvan.
La guarnigione contava circa 114 uomini argentini sotto il comando del Capitán de Corbeta Roberto Bianchi.
Il loro rapporto post-azione, redatto la settimana successiva a Puerto Argentino e poi archiviato presso il Servicio Histórico Naval di Buenos Aires, si apre con un’ammissione che avrebbe influenzato tutte le valutazioni successive sulle operazioni delle forze speciali britanniche nel Sud Atlantico.
Il rapporto afferma che, nei primi 7 minuti del contatto, la guarnigione credeva che fosse in corso uno sbarco di forza battaglione.
In realtà, la forza d’attacco era composta da soli 45 uomini del D Squadron del 22° Reggimento SAS, trasportati da quattro elicotteri Sea King del 846 Naval Air Squadron dalla portaerei HMS Hermes.
Il reparto, comandato dal Maggiore Cedric Delves, era stato sbarcato a circa 6 km dalla pista e si era avvicinato a piedi attraverso torba e erba tussock in condizioni meteorologiche registrate a -4°C con raffiche fino a 40 nodi.
L’attacco iniziò alle 07:07 con colpi di mortaio L16A1 e missili anticarro Milan contro gli aerei parcheggiati.
Ciò che gli ufficiali argentini notarono come straordinario, e riportarono con grande precisione, fu il ritmo dell’azione.
Il Teniente de Navío Marega scrisse che la precisione del fuoco di soppressione rendeva impossibile distinguere le singole postazioni di tiro. I traccianti suggerivano almeno otto mitragliatrici diverse, mentre in realtà il reparto SAS disponeva solo di quattro mitragliatrici L7A2 da 7,62 mm.
La stima argentina della forza attaccante arrivò inizialmente a 200–300 uomini.
Gli aerei furono distrutti in modo sistematico, uno per uno, con cariche esplosive piazzate su cockpit e motori.
Un ufficiale del genio argentino, ispezionando i resti il 15 maggio, osservò che le cariche erano state posizionate con una conoscenza tecnica della struttura dei velivoli, segno di intelligence dettagliata.
Le perdite argentine furono di un coscritto ucciso e diversi feriti. Il SAS non ebbe morti.
Ciò che colpì maggiormente il comando argentino non fu la perdita materiale, ma la conclusione finale del Capitán Bianchi: la guarnigione aveva combattuto in modo corretto, ma era stata incapace di impedire o rallentare l’operazione fin dal primo colpo di mortaio.
L’unità attaccante operava a un livello di addestramento per il quale la dottrina di fanteria argentina non aveva contromisure adeguate.
Mount Kent e le operazioni successive
Mount Kent, alto 458 metri, divenne un punto chiave per il controllo delle operazioni.
Alla fine di maggio 1982, il comando argentino inviò elementi della Compañía de Comandos 602 per controllare l’area e negare osservazione alle forze britanniche.
I loro rapporti descrivono contatti con pattuglie britanniche difficili da classificare secondo la dottrina convenzionale.
Le pattuglie SAS operavano da Mount Kent per osservare movimenti e dirigere il fuoco d’artiglieria.
In uno scontro notturno del 30 maggio, il Teniente Primero Rubén Márquez ingaggiò una pattuglia britannica a circa 40 metri in condizioni di neve e vento.
Nel suo rapporto scrisse una frase poi diventata celebre nelle accademie militari argentine:
“come ombre che rifiutano di morire”.
La pattuglia britannica si disimpegnò senza lasciare tracce evidenti, nonostante colpi a distanza ravvicinata.
Márquez descrisse inoltre equipaggiamenti recuperati: radio PRC-320, mappe annotate con posizioni di artiglieria argentina e tracce di attività di osservazione continuativa.
Top Malo House
Il 31 maggio 1982, a Top Malo House, una sezione argentina di 17 uomini della Compañía de Comandos 602 fu attaccata da 19 Royal Marines del Mountain and Arctic Warfare Cadre.
L’attacco durò circa 45 minuti.
Il rapporto argentino descrive un fuoco estremamente preciso che neutralizzò le vie di fuga già nei primi minuti.
Il Teniente Primero Ernesto Espinosa fu ferito gravemente.
Cinque argentini furono uccisi, sette feriti, cinque catturati.
I britannici ebbero tre feriti.
Il sergente Spert, secondo comandante argentino, scrisse che il combattimento era stato deciso già nella fase di ricognizione.
Guerra elettronica e intelligence
Le forze argentine di intelligence segnalarono un grande problema: le comunicazioni SAS erano intercettabili ma incomprensibili.
Nonostante l’uso di apparecchiature avanzate, non riuscirono a decifrare il contenuto delle trasmissioni, protette da sistemi crittografici a chiave monouso.
Oltre 470 trasmissioni furono registrate senza ottenere informazioni utilizzabili.
Un ufficiale argentino descrisse il fenomeno come:
“una conversazione perfettamente udibile ma totalmente incomprensibile”.
Interrogatori e prigionieri
I pochi membri SAS catturati furono interrogati secondo la Convenzione di Ginevra.
Risposero solo con le quattro informazioni standard: nome, grado, numero di matricola, data di nascita.
Nessun’altra informazione venne ottenuta.
Un ufficiale argentino osservò che la disciplina psicologica dei prigionieri rappresentava una forma di “propaganda involontaria” sull’addestramento britannico.
Analisi finale argentina
Il rapporto conclusivo, Informe Reservado 483, prodotto dopo la guerra, identificò quattro fattori chiave:
- Addestramento britannico più lungo e intensivo
- Dottrina basata su ricognizione e infiltrazione profonda
- Capacità di operare con estrema pazienza e bassa firma operativa
- Supporto sistemico integrato (aviazione, intelligence, comunicazioni dedicate)
Il documento concludeva che la differenza non era tecnologica, ma strutturale e culturale.
L’esercito argentino fece ciò che le forze professionali fanno dopo una sconfitta: analizzò, documentò e riformulò la propria dottrina.
E il risultato di quello studio avrebbe influenzato le unità speciali argentine nei decenni successivi.
