“Quando ogni nazione NATO fallì, la Gran Bretagna inviò l’Special Air Service — ciò che accadde dopo cambiò la storia militare”. hyn

o delle più potenti forze armate sulla Terra erano sedute attorno allo stesso tavolo. Gli americani avevano fatto i calcoli, con i loro computer, le simulazioni, i migliori pianificatori militari. Tutto portava alla stessa conclusione. I tedeschi avevano studiato il terreno e il nemico. Il loro verdetto era identico. Anche i francesi. Anche gli italiani.

Tutti. Quattro nazioni. Quattro analisi separate. Una sola risposta: non si può fare.

E poi, quasi in modo casuale, qualcuno in quella stanza fece una domanda diversa: “Qualcuno ha parlato con gli inglesi?”

Nel giro di pochi giorni, due ufficiali del SAS si trovarono in una sala briefing più piccola. Furono mostrati immagini satellitari, rapporti d’intelligence, dati operativi. Gli venne spiegato il contesto: montagne tra i 6.000 e i 10.000 piedi, un terreno gelido e ostile. Un nemico composto da circa 250 soldati, armati e preparati. Degli ostaggi. Un conto alla rovescia già iniziato. E ciò che un fallimento avrebbe significato: non solo militarmente, ma politicamente, per l’intera alleanza occidentale.

Ascoltarono tutto. Poi, in quello che è diventato uno dei momenti più leggendari della storia del SAS, fecero due domande:

“Possiamo avere una mappa?”
“E a che ora si parte?”


Per capire perché quella missione fu considerata straordinaria, bisogna capire il contesto. Inizio anni ’80, piena Guerra Fredda. Le tensioni in Europa erano altissime. Le reti d’intelligence erano sotto pressione. In questo scenario instabile, un gruppo di persone di alto valore era stato catturato.

Non erano prigionieri qualsiasi. La loro cattura era una vittoria propagandistica per forze ostili all’Occidente. Ogni giorno che passava significava nuove immagini, nuove richieste, nuovo vantaggio politico per i sequestratori.

Il tempo stava finendo.

Il luogo era remoto. Il terreno montuoso. Il nemico organizzato: circa 250 uomini, armati con armi automatiche e posizionati in difese fortificate. Conoscevano il territorio molto meglio di qualsiasi forza di salvataggio esterna.

E il tempo per pianificare non era di mesi. Era di giorni.


Gli Stati Uniti furono i primi a valutare la situazione. Le simulazioni erano dettagliate, i modelli complessi. La conclusione fu netta: servivano centinaia di soldati, supporto aereo massiccio, settimane di preparazione. Troppi rischi. Troppe variabili.

La Germania arrivò allo stesso risultato con un approccio diverso: anche secondo i loro analisti, non esisteva una forza abbastanza pronta in tempi utili per garantire successo.

Francia e Italia, pur con differenze tattiche, concordarono sul punto centrale: il rischio era troppo alto. Le probabilità di fallimento troppo grandi.

E il peggior scenario possibile era quello mediatico e politico: un’operazione fallita che avrebbe rafforzato i sequestratori e incoraggiato altri gruppi simili.


E così arrivò il SAS.

Non portarono arroganza. Né leggerezza. Portarono un insieme diverso di presupposti.

Il SAS era nato nella Seconda Guerra Mondiale, con operazioni dietro le linee nemiche nel deserto nordafricano e in Europa occupata. Piccoli gruppi contro forze molto più grandi. Nel tempo, avevano trasformato questo approccio in una dottrina.

Quando videro le montagne, non videro un ostacolo. Videro copertura.
Quando videro il terreno, non videro un problema. Videro una via d’accesso che il nemico non avrebbe mai considerato.


Il briefing era chiaro: posizioni delle guardie, pattuglie, perimetri, edificio degli ostaggi a circa 100 metri dalla linea difensiva principale, condizioni climatiche estreme, rischio di esecuzione immediata in caso di attacco prolungato.

Tutto doveva finire in poche ore.

Non giorni. Ore.


Il team analizzò tre possibili percorsi:

  • uno alto, esposto ma con visibilità ottima
  • uno basso, nascosto ma lento e complesso
  • uno intermedio, difficile ma bilanciato

Scelsero il terzo.

Le montagne non erano più un ostacolo. Erano parte del piano.

Anche il comportamento del nemico fu studiato: momenti di massima attenzione al mattino e alla sera, calo di vigilanza nel pomeriggio. Una finestra precisa emergeva dai dati.


Una decisione controintuitiva: l’assalto non sarebbe avvenuto di notte.

La notte dava copertura, ma riduceva precisione e consapevolezza. La luce del giorno, in quel caso, avrebbe garantito maggiore controllo e rapidità.

Il piano era semplice nella forma, ma estremamente preciso:

  • avvicinamento notturno attraverso le montagne
  • posizioni nascoste con visuale sul bersaglio
  • attacco nel momento esatto di minore attenzione del nemico

Finestra d’assalto: 15 minuti.


La marcia attraverso le montagne fu lenta e disciplinata. Piccoli gruppi, comunicazione minima, silenzio totale. Navigazione basata su mappe, bussola e punti di riferimento naturali.

Non era spettacolare. Era estremamente controllata.

Ogni movimento era calcolato per evitare contatti prematuri con il nemico.


All’alba raggiunsero la posizione.

Poi iniziarono ad aspettare.

Le ore prima di un’operazione sono descritte come irreali: tutto rallenta e accelera allo stesso tempo. Rimane solo il piano.

Controlli finali. Ruoli confermati. Comunicazioni testate. Vie di fuga verificate.

Poi arrivò il momento.


Il passaggio dal silenzio assoluto all’azione è improvviso.

Un istante prima: quiete.
Un istante dopo: tutto insieme.

Le squadre avanzarono. Fuoco preciso, non caotico. Ogni colpo mirato a punti specifici della difesa.

Gli ostaggi vennero separati immediatamente dal combattimento e protetti da squadre dedicate.

L’obiettivo non era solo neutralizzare il nemico, ma controllare lo spazio in modo progressivo.


Quando l’area fu sicura, partì il segnale radio.

Gli elicotteri entrarono rapidamente, seguendo il terreno per evitare l’esposizione. Il punto di estrazione era stato preparato in anticipo.

Gli ostaggi furono imbarcati in pochi minuti.

Poi la forza si ritirò.


La missione era finita.

Gli ostaggi erano vivi.


La reazione delle nazioni alleate fu complessa. Sollievo e gratitudine, sì. Ma anche una domanda inevitabile: come era possibile che quattro delle più grandi forze militari del mondo avessero concluso che fosse impossibile, mentre una unità più piccola lo aveva realizzato?

La risposta ufficiale parlò di agilità, comando centralizzato e rapidità decisionale. Ma c’era qualcosa di più profondo: la cultura organizzativa.

Il SAS non riceveva istruzioni dettagliate su ogni fase. Riceveva un obiettivo chiaro. E fiducia nel trovare il modo per raggiungerlo.


Negli anni successivi, le altre forze armate studiarono l’operazione. Cambiarono approcci, svilupparono unità più flessibili, ridussero alcune rigidità burocratiche. Anche le strutture di intelligence si interrogarono sui propri presupposti.

Perché il vero errore non era stato nei dati, ma nelle assunzioni: cosa è considerato possibile, e cosa no.


Alla fine, la lezione era semplice:

Quattro nazioni avevano analizzato il problema.
Il SAS aveva definito un obiettivo.

Gli uni avevano spiegato perché non si poteva fare.
Gli altri avevano trovato il modo per farlo.

E questa differenza, più di qualsiasi altra cosa, cambiò il modo in cui molte forze armate iniziarono a pensare alle operazioni speciali.

Discuss More news

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *