Ciò che Eisenhower ammise finalmente su Patton dopo la sua morte
Il 21 dicembre 1945, George S. Patton morì in Germania.
La guerra in Europa era terminata da più di sette mesi. Le armate che avevano attraversato la Francia, combattuto nelle Ardenne e raggiunto il cuore della Germania erano ormai entrate in una fase completamente diversa della loro storia. Gli uomini tornavano a casa. I comandi venivano ridotti. Le grandi mappe operative cominciavano a diventare documenti d’archivio.
Eppure la morte di Patton riportò improvvisamente il passato al presente.
Patton non era morto sul campo di battaglia.
Era rimasto gravemente ferito in un incidente automobilistico nei pressi di Mannheim, il 9 dicembre 1945. Per quasi due settimane le sue condizioni rimasero critiche. Poi, il 21 dicembre, morì per le conseguenze delle ferite.
La notizia segnò la fine improvvisa di una delle figure più controverse e riconoscibili dell’esercito americano.
Per Dwight D. Eisenhower, però, Patton non era soltanto una leggenda.
Era stato un problema.
Un subordinato difficile.
Un uomo che aveva richiesto continuamente interventi, correzioni e protezioni.
Ma era stato anche uno dei comandanti più capaci a sua disposizione.
Ed è proprio questa contraddizione che rende così complesso il rapporto tra i due uomini.
Un comandante impossibile da ignorare
Eisenhower conosceva perfettamente i difetti di Patton.
Non aveva bisogno che qualcuno glieli spiegasse.
Patton era impulsivo. Parlava troppo. Poteva provocare crisi politiche con una singola frase. Aveva un carattere esplosivo e una concezione estremamente personale del comando.
Durante la campagna di Sicilia, il suo comportamento verso alcuni soldati ricoverati in ospedale provocò una grave controversia. Eisenhower intervenne personalmente e ordinò a Patton di scusarsi con gli uomini coinvolti. L’episodio avrebbe continuato a pesare sulla carriera del generale.
Più tardi, durante la preparazione della campagna in Europa, Eisenhower continuò a considerarlo un comandante che doveva essere attentamente controllato.
I documenti ufficiali mostrano quanto fosse complicata la situazione.
Nel 1944, dopo un discorso controverso di Patton, Eisenhower scrisse a George Marshall che avrebbe potuto essere necessario rimuoverlo dal comando. Ma nella stessa valutazione riconobbe implicitamente il valore operativo del generale, osservando che poteva ancora verificarsi una situazione in cui Patton avrebbe dovuto essere “rushed into the breach”, cioè impiegato rapidamente nel punto in cui il fronte fosse stato maggiormente in pericolo.
Questa frase riassume quasi perfettamente il problema.
Eisenhower non si fidava ciecamente di Patton.
Ma sapeva cosa poteva fare.
Il generale delle situazioni impossibili
Patton aveva una caratteristica che Eisenhower non poteva ignorare.
Quando riceveva un obiettivo, pensava immediatamente al movimento.
Non amava l’attesa.
Non amava le spiegazioni interminabili.
Non amava la prudenza trasformata in immobilità.
La sua visione della guerra era fondata sulla velocità, sull’iniziativa e sulla pressione continua esercitata contro il nemico.
Questa mentalità aveva prodotto risultati impressionanti.
In Nord Africa Patton aveva contribuito alla riorganizzazione delle forze americane dopo le difficoltà iniziali.
In Sicilia aveva comandato la Settima Armata durante l’avanzata verso Palermo e Messina.
Dopo lo sbarco in Normandia, la Terza Armata entrò in azione e attraversò rapidamente la Francia, trasformando lo sfondamento alleato in una profonda avanzata verso est.
Poi arrivò l’inverno del 1944.
E arrivarono le Ardenne.
Quando Hitler attaccò nelle Ardenne
Il 16 dicembre 1944 la Germania lanciò la grande offensiva nelle Ardenne.
Per gli Alleati fu una sorpresa strategica e operativa.
Il fronte si spezzò in diversi punti. Le comunicazioni furono sottoposte a enorme pressione. Unità americane furono circondate, mentre il maltempo complicava l’impiego dell’aviazione alleata.
In quel momento Eisenhower doveva pensare non soltanto alla battaglia locale, ma all’intero fronte occidentale.
E Patton si trovava al comando della Terza Armata.
La domanda sulla capacità di spostare rapidamente le sue forze verso nord divenne fondamentale.
Il 19 dicembre, durante una conferenza a Verdun, Patton riferì di poter muovere rapidamente alcune divisioni della Terza Armata per colpire il fianco meridionale dell’offensiva tedesca.
Il suo stato maggiore aveva già iniziato a preparare le operazioni.
La caratteristica di Patton emergeva ancora una volta.
Mentre altri ufficiali dovevano ancora definire tutte le possibilità, lui stava già preparando una soluzione.
L’episodio delle Ardenne è documentato ampiamente nelle carte di Eisenhower. La Eisenhower Presidential Library conserva telegrammi, conversazioni telefoniche, ordini e altri documenti relativi alle decisioni prese durante la crisi.
Il prezzo della sua personalità
Ma sarebbe sbagliato trasformare Patton in un eroe senza difetti.
Eisenhower non lo fece.
La relazione tra i due uomini funzionava proprio perché Eisenhower comprendeva che le qualità di Patton avevano un prezzo.
La stessa aggressività che permetteva alla Terza Armata di avanzare rapidamente poteva trasformarsi in imprudenza.
La stessa sicurezza che rendeva Patton capace di prendere decisioni rapide poteva diventare arroganza.
La stessa libertà con cui parlava ai soldati poteva provocare crisi diplomatiche o politiche.
Eisenhower dovette quindi svolgere due compiti contemporaneamente.
Doveva utilizzare Patton.
E doveva controllarlo.
Questa tensione attraversò gran parte della loro collaborazione.
Non esiste, tuttavia, una prova documentaria che permetta di attribuire a Eisenhower, dopo la morte di Patton, una specifica confessione privata secondo cui il generale sarebbe stato “l’arma insostituibile” dell’esercito.
Questa formula appartiene soprattutto alla narrazione successiva.
La realtà documentata è più interessante perché è più contraddittoria.
Eisenhower aveva effettivamente considerato Patton estremamente prezioso.
Ma lo aveva anche rimproverato, limitato e, in alcuni momenti, seriamente considerato di rimuoverlo.
La morte di Patton
Il 9 dicembre 1945 Patton rimase coinvolto in un incidente stradale vicino a Mannheim.
Era ancora in Germania come comandante della Fifteenth Army.
La guerra era terminata, ma Patton continuava a occuparsi dell’esercito americano nell’Europa occupata.
Dopo l’incidente fu trasportato in ospedale.
Le sue condizioni rimasero gravissime.
Il 21 dicembre morì.
Aveva sessant’anni.
La sua morte fu particolarmente simbolica perché arrivò in un momento in cui il mondo stava già iniziando a trasformare la guerra in memoria.
Patton non avrebbe visto la piena elaborazione della propria leggenda.
Non avrebbe assistito alla pubblicazione delle numerose opere che avrebbero trasformato la sua figura in un’icona.
Non avrebbe potuto rispondere alle interpretazioni che sarebbero state costruite intorno alle sue campagne.
Eisenhower, invece, avrebbe vissuto abbastanza a lungo da vedere quella trasformazione.
Cosa rimase davvero di Patton per Eisenhower
La risposta più importante non si trova in una frase teatrale pronunciata davanti a una scrivania.
Si trova nell’insieme dei documenti.
Eisenhower conservò una notevole quantità di corrispondenza relativa a Patton. La sua biblioteca presidenziale elenca documenti riguardanti l’incidente, la morte del generale, la corrispondenza con Beatrice Patton e anche le numerose controversie che avevano caratterizzato la carriera del comandante della Terza Armata.
Questo archivio racconta una relazione molto più complessa di quella suggerita dalla leggenda.
Eisenhower non vedeva Patton soltanto come un uomo brillante.
Lo vedeva come uno strumento militare straordinariamente efficace che doveva essere utilizzato con attenzione.
La distinzione è importante.
Un comandante non viene giudicato soltanto dalla sua personalità.
Viene giudicato anche da ciò che riesce a ottenere quando una situazione diventa estremamente difficile.
E Patton aveva dimostrato più volte di saper ottenere risultati.
Il contraddittorio rapporto tra Eisenhower e Patton
Forse la parte più significativa della loro storia è proprio il fatto che Eisenhower non abbia mai avuto bisogno di scegliere tra due immagini completamente opposte.
Patton poteva essere entrambe le cose.
Poteva essere un problema e una risorsa.
Poteva essere insubordinato e, nello stesso tempo, straordinariamente efficace.
Poteva irritare i suoi superiori e contemporaneamente ottenere risultati sul campo che pochi altri comandanti avrebbero potuto garantire nello stesso arco di tempo.
Questa ambivalenza emerge anche nella storiografia militare successiva.
Uno studio pubblicato dalla rivista Army History osserva che l’immagine postbellica di Patton è stata spesso costruita attorno alla sua personalità eccentrica, al linguaggio provocatorio e ai conflitti con la struttura tradizionale dell’esercito. Altri studiosi hanno invece sottolineato l’originalità della sua concezione della guerra corazzata e della manovra.
Non esiste quindi una sola versione di Patton.
Esiste il Patton dei discorsi.
Il Patton delle controversie.
Il Patton delle decisioni operative.
E il Patton che Eisenhower doveva gestire quotidianamente.
Dopo la morte, la leggenda prese il sopravvento
La morte rese Patton ancora più facile da trasformare in simbolo.
Non era più necessario confrontarsi con le sue nuove controversie.
Non poteva più pronunciare una frase capace di creare un incidente diplomatico.
Non poteva più ricevere un ordine e protestare.
Non poteva più irritare Eisenhower.
Rimanevano le fotografie.
L’elmetto.
Le pistole.
Le uniformi.
I carri armati.
La Terza Armata.
La corsa attraverso la Francia.
Le Ardenne.
E rimaneva soprattutto l’immagine del generale che sembrava fatto per la guerra.
Ma Eisenhower aveva conosciuto l’uomo dietro il mito.
Sapeva che quella velocità aveva un prezzo.
Sapeva che quel coraggio poteva trasformarsi in imprudenza.
Sapeva che la sua disciplina personale non era sempre all’altezza della disciplina richiesta a un alto comandante.
E tuttavia sapeva anche che, nei momenti decisivi, Patton poteva fare qualcosa che la macchina burocratica militare non riusciva sempre a fare rapidamente:
decidere.
L’eredità
Non è necessario attribuire a Eisenhower una confessione segreta per comprendere l’importanza che Patton ebbe nella sua guerra.
I documenti parlano già abbastanza.
Eisenhower lo aveva criticato.
Lo aveva disciplinato.
Aveva considerato la possibilità di rimuoverlo.
Ma aveva anche continuato a impiegarlo nei momenti in cui la sua esperienza e la sua aggressività operativa potevano essere decisive.
Questa è forse la parte più interessante della loro relazione.
Non fu una storia di amicizia perfetta.
Non fu nemmeno una storia di semplice subordinazione.
Fu una relazione costruita sulla necessità di conciliare talento e disciplina.
Eisenhower rappresentava la coalizione.
Patton rappresentava una delle forme più aggressive della guerra di manovra americana.
Uno aveva bisogno dell’altro, ma nessuno dei due poteva semplicemente ignorare i difetti dell’altro.
Dopo il 21 dicembre 1945, quella relazione terminò definitivamente.
Ma il problema che Eisenhower aveva affrontato con Patton rimase.
Come si utilizza un comandante estremamente capace senza permettere che la sua personalità diventi più grande dell’organizzazione che comanda?
La risposta di Eisenhower non fu una frase.
Fu una pratica durata anni.
Controllare Patton.
Proteggerlo quando necessario.
Correggerlo quando indispensabile.
E utilizzarlo quando la guerra richiedeva precisamente ciò che sapeva fare meglio.
Questa è la vera storia dietro la leggenda.
Non che Eisenhower avesse finalmente ammesso che Patton fosse un uomo perfetto.
Non lo era.
Ma che, nonostante tutti i suoi difetti, Eisenhower aveva riconosciuto qualcosa di fondamentale: George S. Patton era un comandante dalle capacità operative eccezionali, e durante la Seconda guerra mondiale quelle capacità avevano avuto un peso reale nelle decisioni del comando alleato.
La morte trasformò Patton in una leggenda.
I documenti ricordano qualcosa di più umano.
Un uomo difficile.
Un comandante brillante.
Un subordinato spesso ingestibile.
E, per Eisenhower, una delle responsabilità più complesse della guerra.
