Peteano, 31 maggio 1972: la telefonata, la Fiat 500 e la verità emersa decenni dopo
Una telefonata nel silenzio della sera
Il 31 maggio 1972, nelle campagne di Peteano, una piccola frazione di Sagrado, in provincia di Gorizia, una telefonata anonima segnalò la presenza di una Fiat 500 apparentemente abbandonata.
Sembrava una segnalazione come tante.
Un’automobile ferma in una zona isolata poteva essere stata rubata, abbandonata o semplicemente lasciata lì per qualche motivo.
Nessuno, in quel momento, poteva immaginare che quella telefonata avrebbe condotto una pattuglia dei carabinieri verso una trappola mortale.
L’Italia attraversava allora uno dei periodi più inquieti della propria storia repubblicana.
Erano gli anni della cosiddetta strategia della tensione, una stagione segnata da attentati, violenze politiche, estremismi contrapposti e una crescente paura di destabilizzazione.
Pochi anni prima, nel 1969, la strage di Piazza Fontana aveva sconvolto il Paese.
Nel 1970 era arrivata la strage di Gioia Tauro.
E nel 1972 l’Italia continuava a vivere in un clima nel quale un semplice episodio poteva trasformarsi improvvisamente in una tragedia.
Quella sera di maggio, la Fiat 500 di Peteano sarebbe diventata uno dei simboli più oscuri di quegli anni.
L’auto sul ciglio della strada
La vettura si trovava in una zona appartata.
Quando la segnalazione arrivò ai carabinieri, alcuni militari furono inviati a controllare.
Era una procedura normale.
Bisognava verificare l’automobile e capire perché fosse stata lasciata lì.
I militari non stavano andando verso una sparatoria.
Non stavano affrontando un gruppo armato.
Non sapevano di essere davanti a un ordigno.
La Fiat 500 sembrava soltanto un’automobile abbandonata.
Questo è uno degli aspetti più terribili della vicenda.
La trappola funzionava proprio perché appariva innocua.
Quando i carabinieri si avvicinarono alla vettura, non potevano sapere che qualcuno aveva trasformato quell’auto in un’arma.
Poi arrivò l’esplosione.
Pochi secondi che cambiarono tutto
La deflagrazione fu devastante.
Morirono tre carabinieri:
Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni.
Altri militari rimasero feriti.
La campagna di Peteano, fino a quel momento silenziosa, venne improvvisamente trasformata in una scena di morte.
Non era stato un combattimento.
Non c’era stato uno scontro a fuoco.
I carabinieri erano stati attirarti sul posto attraverso una telefonata e poi colpiti con un attentato preparato in anticipo.
La brutalità dell’azione sconvolse l’opinione pubblica.
Ma insieme allo shock nacque immediatamente una domanda:
chi aveva organizzato quella trappola?
Il primo racconto
Le indagini iniziali si concentrarono sulla pista dell’estrema sinistra.
Il contesto politico dell’epoca rendeva plausibile, agli occhi degli investigatori, l’ipotesi di un attentato riconducibile a gruppi eversivi di sinistra.
Fu arrestato Vincenzo Vinciguerra, militante di estrema destra appartenente ad Avanguardia Nazionale.
Ma la vicenda non finì con il suo arresto.
Anzi, fu proprio dalle successive dichiarazioni di Vinciguerra che l’indagine avrebbe assunto una dimensione completamente diversa.
Nel corso del processo, Vinciguerra ammise la propria responsabilità nell’attentato.
Non soltanto.
Le sue dichiarazioni contribuirono a mettere in discussione la ricostruzione iniziale e a portare alla luce una rete di complicità e protezioni che sarebbe stata al centro di una delle più controverse vicende giudiziarie degli anni della Repubblica.
Una verità che arrivò molto tempo dopo
Vinciguerra sostenne di aver agito con la collaborazione di Carlo Cicuttini, anch’egli vicino agli ambienti dell’estrema destra.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, Cicuttini fu coinvolto nella preparazione dell’attentato e nella telefonata che attirò i carabinieri verso la Fiat 500.
Ma la parte più importante delle sue dichiarazioni riguardò ciò che sarebbe accaduto dopo.
Vinciguerra sostenne che l’attentato non poteva essere spiegato semplicemente come l’azione isolata di pochi estremisti.
Parlò di una rete clandestina e di protezioni istituzionali.
Il processo di Peteano diventò così qualcosa di più di un procedimento per un attentato terroristico.
Divenne una finestra su una parte oscura della storia italiana.
La scoperta di Gladio
Le indagini e il successivo processo si intrecciarono con la vicenda di Gladio, il nome con cui era conosciuta in Italia la struttura clandestina di “stay-behind” collegata alla NATO e destinata, almeno nelle finalità ufficiali, a operare in caso di invasione sovietica.
La struttura era rimasta segreta per decenni.
La sua esistenza venne resa pubblica nel 1990, quando il presidente del Consiglio Giulio Andreotti ne confermò l’esistenza.
La scoperta alimentò un enorme dibattito politico e giudiziario.
Era stata creata come rete clandestina anticomunista nel contesto della Guerra fredda.
Ma la domanda che emerse con forza era un’altra:
quale rapporto aveva avuto quella struttura con le vicende della strategia della tensione e con le organizzazioni dell’estrema destra?
Non tutte le accuse formulate nel corso degli anni trovarono conferma giudiziaria.
Ma il caso di Peteano portò comunque alla luce elementi inquietanti sulla presenza di apparati clandestini, protezioni e depistaggi.
Il ruolo di Vinciguerra
Vincenzo Vinciguerra non cercò di presentarsi come un pentito nel senso tradizionale.
Rivendicò le proprie convinzioni politiche e mantenne una posizione ideologica radicale.
Proprio per questo le sue dichiarazioni ebbero un peso particolare nelle indagini.
Non stava raccontando la vicenda per ottenere semplicemente un vantaggio processuale.
Aveva scelto di parlare e di descrivere quella che considerava una struttura più ampia di cui l’attentato di Peteano sarebbe stato soltanto una parte.
Nel 1987 venne condannato all’ergastolo per la strage.
La sua confessione contribuì inoltre a smontare la precedente pista investigativa che aveva indirizzato i sospetti verso l’estrema sinistra.
La vicenda mostrò così quanto potessero essere pericolose le indagini condizionate dal clima politico.
Il depistaggio
Uno degli aspetti più inquietanti della storia di Peteano riguarda proprio il depistaggio.
Per anni, la ricostruzione dell’attentato fu indirizzata in una determinata direzione.
Furono costruite piste investigative che portarono a coinvolgere persone estranee alla responsabilità reale dell’attentato.
Il caso sarebbe diventato un esempio emblematico di quanto fosse difficile, nell’Italia degli anni Settanta, separare terrorismo, estremismo politico, apparati dello Stato e interessi clandestini.
La verità giudiziaria arrivò lentamente.
Troppo lentamente per i familiari delle vittime.
Troppo lentamente per un Paese che aveva bisogno di capire cosa fosse realmente accaduto.
I tre carabinieri
In mezzo a tutte queste vicende politiche e giudiziarie, però, c’è una cosa che non dovrebbe mai essere dimenticata.
Prima della strategia della tensione.
Prima delle organizzazioni clandestine.
Prima dei processi e delle polemiche.
C’erano tre uomini.
Antonio Ferraro.
Donato Poveromo.
Franco Dongiovanni.
Erano carabinieri che stavano svolgendo il proprio servizio.
Avevano ricevuto una segnalazione.
Avevano fatto ciò che un militare dell’Arma avrebbe dovuto fare: controllare.
Non potevano sapere che quella telefonata era parte della trappola.
Non potevano sapere cosa fosse nascosto nell’automobile.
Non ebbero la possibilità di reagire.
Morirono semplicemente perché avevano risposto a una chiamata di servizio.
Perché proprio loro?
La domanda contenuta in molte ricostruzioni della vicenda è: perché proprio quei carabinieri?
La risposta è, in un certo senso, ancora più inquietante del movente politico generale.
Non erano necessariamente il bersaglio personale di una vendetta.
Erano uomini in uniforme.
La telefonata aveva lo scopo di attirare una pattuglia sul posto.
L’obiettivo dell’attentato era colpire i carabinieri attraverso una trappola.
Questo rende la vicenda particolarmente significativa nel contesto degli anni di piombo.
Il terrorismo non colpiva soltanto le istituzioni attraverso attentati spettacolari.
Poteva sfruttare la normalità quotidiana.
Una telefonata.
Un’auto.
Una pattuglia.
Una strada di campagna.
E poi la morte.
Una tragedia che divenne un caso nazionale
La strage di Peteano rimase per anni una ferita aperta.
Quando la verità giudiziaria cominciò a emergere, apparve evidente quanto fosse stata complessa la vicenda.
Il caso contribuì a dimostrare che gli anni della strategia della tensione non potevano essere interpretati semplicemente come uno scontro tra due estremismi contrapposti.
Esistevano gruppi clandestini, interessi politici, apparati dello Stato e strutture segrete.
Esistevano persone che agivano illegalmente.
E, in alcuni casi, esistevano persone all’interno delle istituzioni accusate di aver protetto o favorito gli autori degli attentati.
La magistratura cercò di ricostruire queste connessioni.
Ma non tutto ciò che fu ipotizzato nel dibattito politico e giornalistico venne necessariamente dimostrato in tribunale.
Questa distinzione è fondamentale.
La storia di Peteano è complessa proprio perché comprende fatti accertati, confessioni, responsabilità giudiziarie e vicende politiche che continuano a essere oggetto di discussione.
Una telefonata rimasta nella storia
Forse l’immagine più inquietante rimane quella della telefonata.
Una voce anonima.
Poche parole.
Una segnalazione apparentemente innocua.
E dall’altra parte della linea qualcuno che prende nota e decide di intervenire.
La persona che telefonò sapeva che i carabinieri sarebbero arrivati.
Sapeva che l’auto avrebbe attirato la loro attenzione.
E dietro quella macchina era stata preparata una trappola.
In questo sta la freddezza dell’attentato.
Non si trattò di un gesto impulsivo.
Richiese preparazione.
Richiese pianificazione.
Richiese la volontà deliberata di trasformare una normale procedura di controllo in un’azione omicida.
La memoria delle vittime
Quando si raccontano gli anni di piombo, è facile concentrarsi sulle ideologie, sui gruppi terroristici e sui grandi processi.
Ma la storia non dovrebbe mai perdere di vista le vittime.
Dietro ogni attentato c’erano persone.
Famiglie che aspettavano qualcuno a casa.
Figli che non avrebbero più rivisto un padre.
Genitori costretti a ricevere una notizia impossibile da accettare.
Nel caso di Peteano, tre famiglie furono colpite per sempre.
I loro cari non erano figure astratte della politica italiana.
Erano uomini che stavano lavorando.
Uomini che avevano risposto a una chiamata.
Uomini che non sarebbero più tornati a casa.
Cosa ci insegna Peteano
La strage di Peteano è importante perché mostra quanto possa essere lunga e tortuosa la strada verso la verità.
L’attentato avvenne nel 1972.
Le responsabilità principali furono chiarite giudiziariamente molti anni dopo.
Nel frattempo, il Paese cambiò.
Cambiarono i governi.
Cambiarono le organizzazioni politiche.
Finì la Guerra fredda.
Emersero nuovi documenti.
Vennero alla luce strutture rimaste segrete.
Eppure la domanda fondamentale rimase la stessa:
chi aveva ucciso quei carabinieri e perché?
La risposta giudiziaria individuò Vinciguerra come autore della strage e riconobbe il coinvolgimento di altri protagonisti nella vicenda.
Ma il caso continuò a rappresentare uno degli episodi più controversi della storia italiana contemporanea.
La strada di Peteano oggi
Oggi è difficile immaginare che una strada di campagna possa essere diventata il luogo di un attentato destinato a entrare nella storia della Repubblica.
Eppure è proprio questo che rende Peteano così significativo.
La storia non accade soltanto nei palazzi del potere.
Accade sulle strade.
Nelle campagne.
Nelle stazioni.
Dentro le automobili.
Durante una normale giornata di lavoro.
Il 31 maggio 1972, tre carabinieri partirono per controllare una Fiat 500.
Non sapevano che quella macchina era stata trasformata in una bomba.
Non sapevano che una telefonata li aveva indirizzati verso una trappola.
Non sapevano che il loro sacrificio avrebbe alimentato per decenni una delle più complesse vicende giudiziarie e politiche della storia italiana.
Ricordare prima di tutto gli uomini
La storia di Peteano non dovrebbe essere ricordata soltanto come una pagina della strategia della tensione.
Dovrebbe essere ricordata anche attraverso i nomi di Antonio Ferraro, Donato Poveromo e Franco Dongiovanni.
Perché prima di essere vittime di un capitolo oscuro della storia italiana, erano persone.
Avevano una vita.
Avevano famiglie.
Avevano un lavoro.
E quella sera stavano semplicemente facendo il proprio dovere.
Una telefonata anonima li condusse verso una Fiat 500.
Una trappola trasformò pochi minuti in una tragedia.
La verità completa avrebbe richiesto decenni per emergere.
Ma il tempo non deve cancellare ciò che accadde.
Peteano rimane una delle vicende più dolorose e controverse degli anni di piombo, una storia nella quale terrorismo, depistaggi, estremismo politico e apparati clandestini si intrecciarono in modo drammatico.
E al centro di tutto, prima ancora delle ideologie e delle strategie, rimangono tre uomini che quella sera non fecero altro che rispondere a una chiamata.
Ricordarli significa ricordare che dietro ogni pagina della storia ci sono vite reali, e che nessuna verità arrivata troppo tardi può restituire ciò che è stato perduto.
