Senza flotta, senza rinforzi, senza scelta: 11.000 Marines a Guadalcanal

La mattina del 9 agosto 1942, undicimila Marines americani si svegliarono e guardarono verso il mare.
L’oceano era vuoto.
Il giorno precedente, l’orizzonte era stato riempito da navi da guerra, trasporti e unità che rappresentavano qualcosa di più della semplice potenza militare. Quelle navi erano la loro linea di rifornimento, la loro protezione e, soprattutto, la loro possibilità di sopravvivere.
Ora non c’erano più.
Durante la notte, la Marina americana e le navi alleate si erano ritirate dall’area.
Nessun lungo discorso aveva preparato gli uomini a quella decisione. Nessun messaggio avrebbe potuto renderla meno brutale.
Sulla spiaggia di Guadalcanal erano rimasti migliaia di uomini circondati da una giungla che conoscevano appena, con un nemico che aveva ancora il controllo del mare e la capacità di colpire dall’aria.
Per gli uomini sulla spiaggia, la situazione era improvvisamente cambiata.
Non avevano più una flotta alle loro spalle.
Non avevano rinforzi immediati.
Non avevano una certezza su quando sarebbero tornati i rifornimenti.
Avevano soltanto l’isola.
E davanti a loro c’era una pista d’aviazione incompleta che poteva decidere il destino dell’intera operazione.
Il generale Alexander Vandegrift comprese immediatamente la gravità della situazione.
Guadalcanal non era un’isola qualsiasi.
Il suo valore derivava dalla posizione strategica nel Pacifico meridionale. Un aeroporto operativo avrebbe permesso agli americani di controllare parte dello spazio aereo e di minacciare le rotte marittime giapponesi nella regione.
Per questo i Marines erano sbarcati.
Il loro obiettivo principale era conquistare il campo d’aviazione che i giapponesi stavano costruendo vicino a Lunga Point.
Ma ora la conquista della pista non era più soltanto l’obiettivo della missione.
Era diventata una questione di sopravvivenza.
Vandegrift riunì i suoi ufficiali.
Le alternative erano poche.
Potevano concentrare gli uomini intorno alla testa di ponte, costruire una posizione difensiva e aspettare.
Oppure potevano rischiare tutto per completare l’aeroporto.
La seconda scelta sembrava quasi assurda.
I Marines erano stanchi.
Le razioni erano limitate.
Le munizioni non erano infinite.
La giungla offriva poca protezione.
Il clima tropicale rendeva ogni attività fisicamente estenuante.
E il nemico non sarebbe rimasto fermo.
Ma Vandegrift sapeva che una posizione difensiva senza controllo del cielo e senza un flusso stabile di rifornimenti avrebbe avuto un limite.
Prima o poi le scorte sarebbero finite.
Prima o poi i giapponesi sarebbero arrivati in forze.
L’aeroporto era quindi la chiave.
Se fosse rimasto incompleto, Guadalcanal sarebbe diventata una trappola.
Se fosse stato completato, avrebbe potuto diventare una fortezza.
Così gli uomini continuarono a lavorare.
Sotto il sole tropicale, Marines americani e personale del genio lavorarono sulla pista utilizzando parte dell’attrezzatura lasciata dai giapponesi.
Scavavano.
Spianavano.
Trasportavano materiali.
Riparavano ciò che poteva essere utilizzato.
Ogni ora trascorsa a costruire l’aeroporto era un’ora nella quale non stavano combattendo.
Ma era anche un’ora nella quale stavano costruendo la possibilità di continuare a combattere.
La fatica era enorme.
Le uniformi erano costantemente bagnate di sudore.
La giungla era calda, umida e piena di insetti.
Il sonno era irregolare.
Il cibo era razionato.
E sopra tutto questo incombeva la consapevolezza che i giapponesi avrebbero reagito.
Non potevano sapere quando.
Non potevano sapere con quale forza.
Ma sapevano che sarebbe successo.
Il 18 agosto, il lavoro raggiunse un punto decisivo.
La pista era abbastanza utilizzabile da permettere l’arrivo degli aerei americani.
Gli uomini la chiamarono Henderson Field, in memoria del maggiore Lofton Henderson, un pilota dei Marines morto durante la battaglia di Midway.
Quando gli aerei americani arrivarono, qualcosa cambiò.
Fino a quel momento, i Marines avevano combattuto soprattutto per mantenere la propria posizione.
Ora possedevano un aeroporto.
E un aeroporto significava aviazione.
Significava ricognizione.
Significava attacco.
Significava la possibilità di impedire al nemico di muoversi liberamente durante il giorno.
Guadalcanal non era più soltanto una testa di ponte.
Aveva finalmente una possibilità di sopravvivere.
I giapponesi compresero immediatamente la minaccia.
Non potevano permettere agli americani di consolidarsi.
L’aeroporto doveva essere riconquistato.
Fu organizzata una controffensiva.
Le forze giapponesi iniziarono ad arrivare sull’isola.
Il primo grande attacco fu guidato dal colonnello Kiyonao Ichiki.
La sua unità contava circa novecento uomini.
Ichiki riteneva che le forze americane fossero relativamente deboli e che un attacco rapido avrebbe potuto distruggere le difese prima che arrivassero altri rinforzi.
Era una valutazione che si sarebbe rivelata disastrosa.
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto, i giapponesi avanzarono verso le posizioni americane lungo il fiume Tenaru.
Pensavano di trovare una difesa vulnerabile.
Trovarono invece Marines preparati.
Quando gli attaccanti entrarono nel raggio delle armi americane, le mitragliatrici aprirono il fuoco.
La sorpresa svanì.
L’attacco frontale si trasformò in una battaglia devastante.
All’alba, il primo grande tentativo giapponese di riconquistare Henderson Field era fallito.
Ma Vandegrift non si illudeva.
La vittoria non significava che Guadalcanal fosse salva.
Significava soltanto che i Marines avevano guadagnato tempo.
E il tempo era esattamente ciò di cui avevano bisogno.
Nei giorni successivi, gli attacchi giapponesi continuarono.
Le forze americane dovevano difendere l’aeroporto mentre la Marina giapponese cercava di mantenere il controllo delle acque circostanti.
Ogni nave che riusciva ad avvicinarsi poteva portare rifornimenti.
Ogni nave perduta poteva significare meno munizioni, meno cibo e meno uomini disponibili.
Guadalcanal divenne rapidamente una battaglia non soltanto per il territorio, ma per la capacità di mantenere in vita una forza isolata.
La distanza dal resto delle basi americane rendeva tutto più difficile.
Il mare, che avrebbe dovuto essere una via di rifornimento, era diventato un campo di battaglia.
Di giorno, gli aerei americani potevano controllare Henderson Field e parte delle acque circostanti.
Di notte, le navi giapponesi potevano avvicinarsi all’isola, bombardare le posizioni americane e trasportare truppe.
Quella alternanza trasformò Guadalcanal in una lotta continua.
Gli uomini dormivano poco.
Combattevano spesso.
Riparavano le difese.
Costruivano nuove posizioni.
Proteggevano l’aeroporto.
E ogni mattina tornavano a guardare verso il mare.
Perché il mare conteneva la risposta a una domanda fondamentale:
sarebbero arrivati i rifornimenti?
La sopravvivenza dei Marines dipendeva dalla capacità americana di trasformare Henderson Field in un centro operativo e di mantenere aperte le rotte di rifornimento.
La pista, costruita in condizioni disperate, divenne il cuore della campagna.
Gli aerei che decollavano da Henderson Field attaccavano le navi giapponesi.
I piloti effettuavano ricognizioni.
Le forze terrestri utilizzavano l’aeroporto come punto centrale della difesa.
Il campo d’aviazione era diventato qualcosa di molto più grande di quello che i suoi costruttori avevano immaginato.
Era diventato il simbolo della resistenza americana sull’isola.
La battaglia sarebbe continuata per mesi.
Ci sarebbero state altre offensive, altri bombardamenti e altre perdite.
Il controllo dell’isola sarebbe rimasto incerto ancora a lungo.
Ma quel primo momento — la mattina in cui gli uomini si svegliarono e trovarono l’oceano vuoto — rimase fondamentale.
Perché in quel momento, undicimila Marines avevano scoperto una verità che nessun piano operativo poteva nascondere.
Erano soli.
La flotta era scomparsa.
I rinforzi non erano garantiti.
Il nemico si stava avvicinando.
Eppure decisero di continuare.
Non potevano controllare il mare.
Non potevano decidere quando sarebbero arrivati i rinforzi.
Non potevano eliminare la giungla.
Non potevano impedire ai giapponesi di attaccare.
Potevano però costruire l’aeroporto.
Potevano scavare le loro trincee.
Potevano difendere ogni metro di terreno.
E potevano guadagnare il tempo necessario perché la situazione cambiasse.
È questo che rende Guadalcanal una delle campagne più dure del teatro del Pacifico.
Non fu soltanto una battaglia tra due eserciti.
Fu una battaglia contro l’isolamento.
Contro la fame.
Contro la fatica.
Contro l’incertezza.
E contro la consapevolezza che ogni giorno poteva essere l’ultimo.
Gli uomini che quella mattina guardarono un oceano vuoto non sapevano come sarebbe finita la campagna.
Non sapevano quanti sarebbero sopravvissuti.
Non sapevano quando sarebbero arrivati i rinforzi.
Sapevano soltanto una cosa.
Se avessero abbandonato Henderson Field, avrebbero probabilmente perso Guadalcanal.
Per questo rimasero.
Scavarono.
Costruirono.
Combatterono.
E trasformarono una pista d’aviazione incompleta nel centro della resistenza americana.
Senza flotta.
Senza rinforzi sufficienti.
Senza alcuna garanzia.
Ma con una sola scelta rimasta:
resistere.
