“LASCIATELO AI PSICOPATICI.” 🇦🇺⚔️🇻🇳

Come gli australiani impararono a combattere una guerra che gli americani faticavano a vedere
Vietnam, anni Sessanta. Provincia di Phước Tuy.
La giungla non assomiglia a un normale campo di battaglia.
Non ci sono linee del fronte chiaramente visibili.
Non ci sono sempre bunker da bombardare o colonne di carri armati da fermare.
Il nemico può essere a poche decine di metri e non essere visto.
Può osservarti da dietro una foglia.
Può attraversare un sentiero durante la notte e lasciare dietro di sé soltanto un’impronta quasi invisibile.
Può sparire sottoterra.
E quando decidi di inseguirlo, potrebbe essere già scomparso.
Per gli americani, il Vietnam rappresentava una sfida completamente diversa da quella affrontata in Europa o in Corea.
Per gli australiani, invece, una parte della risposta sarebbe arrivata da un principio molto più semplice:
non cercare di combattere la giungla come se fosse una guerra convenzionale.
Imparare ad ascoltarla.
La storia dei “psicopatici” deve però essere presa con cautela
La frase “lasciatelo ai psicopatici” è diventata una formula potente nella narrativa sulla guerra del Vietnam.
Ma non dovrebbe essere trattata automaticamente come una citazione letterale e universalmente documentata pronunciata dal comando americano.
La realtà storica dietro questa leggenda è comunque molto interessante.
Gli australiani svilupparono infatti una reputazione particolare per la pattuglia, la ricognizione, l’imboscata e il controllo del territorio.
E questa reputazione non nacque dal nulla.
Nacque da un modo di combattere che metteva al centro qualcosa che spesso mancava nelle operazioni convenzionali:
la pazienza.
Phước Tuy: la guerra degli australiani
Dal 1966, la principale area operativa australiana nel Vietnam del Sud fu la provincia di Phước Tuy, a sud-est di Saigon.
Gli australiani avevano una forza relativamente piccola rispetto all’enorme macchina militare americana.
Ma proprio questo rappresentava un problema.
Non potevano semplicemente sommergere il territorio con uomini.
Non potevano controllare ogni villaggio.
Non potevano trasformare la provincia in una gigantesca zona militarizzata.
Dovevano scegliere dove essere presenti.
E dove non esserlo.
Questa limitazione li spinse verso un modello operativo particolare.
Le unità australiane cominciarono a concentrarsi sulla presenza continua e sulle pattuglie aggressive, invece di affidarsi esclusivamente a grandi operazioni di ricerca e distruzione.
La differenza poteva sembrare sottile.
In realtà cambiava completamente il modo di combattere.
Il problema americano
Gli Stati Uniti disponevano di una potenza militare immensa.
Aerei.
Elicotteri.
Artiglieria.
Carri armati.
Forze speciali.
Decine di migliaia di soldati.
Ma il Vietnam poneva un problema che la tecnologia non poteva risolvere automaticamente.
Come si combatte un nemico che non vuole essere trovato?
Se il Viet Cong decideva di non combattere, poteva nascondersi.
Se decideva di attaccare, poteva scegliere il momento.
Se l’operazione americana arrivava dopo l’attacco, spesso trovava soltanto tracce.
Il problema non era necessariamente distruggere il nemico una volta individuato.
Era individuarlo prima che decidesse di combattere.
La giungla non perdona la fretta
Immagina una pattuglia che attraversa una foresta vietnamita.
Dieci uomini.
Venti.
Forse più.
Camminano per ore.
Fa caldo.
L’umidità è enorme.
I vestiti sono bagnati.
Gli insetti sono ovunque.
Il terreno è irregolare.
La visibilità è limitata.
Ogni rumore può essere naturale.
Un ramo spezzato.
Un animale.
Una foglia.
Acqua.
Vento.
Oppure un uomo.
Il problema è che non puoi permetterti di ignorare completamente nessuno di questi rumori.
E allo stesso tempo non puoi reagire a tutti.
La pattuglia deve imparare a distinguere il rumore della foresta dal rumore prodotto dall’uomo.
Questa capacità richiede esperienza.
E soprattutto richiede pazienza.
Gli australiani non volevano necessariamente trovare il nemico
Questa è una delle differenze più importanti.
Una pattuglia australiana poteva trascorrere ore semplicemente osservando.
Non doveva necessariamente avanzare rapidamente.
Doveva cercare segni.
Erba piegata.
Terreno disturbato.
Rami spezzati.
Impronte.
Residui di cibo.
Fumo.
Segni di passaggio.
Tracce quasi invisibili.
Una persona inesperta poteva attraversare un sentiero senza notare nulla.
Un soldato esperto poteva fermarsi e pensare:
“Qualcuno è passato di qui.”
La guerra diventava così una forma di investigazione.
Il silenzio diventava un’arma
Uno degli elementi distintivi delle pattuglie australiane era l’importanza del rumore.
Una pattuglia che produce troppo rumore comunica la propria presenza.
Il nemico può sentirla arrivare.
Può ritirarsi.
Può preparare un’imboscata.
Può semplicemente osservare.
Per questo gli australiani cercavano di muoversi in modo estremamente disciplinato.
Non era una questione di eroismo.
Era una questione di sopravvivenza.
Ogni soldato doveva sapere dove si trovava quello davanti.
Dove si trovava quello dietro.
Come muoversi.
Quando fermarsi.
Quando comunicare.
Quando non comunicare affatto.
La pattuglia doveva diventare quasi un unico organismo.
La differenza tra “cercare” e “aspettare”
Una delle caratteristiche più interessanti della tattica australiana era l’uso delle imboscate deliberate.
Invece di inseguire continuamente il nemico, una pattuglia poteva cercare un punto dove probabilmente sarebbe passato.
Poi aspettare.
Per ore.
A volte per molto tempo.
Il principio era semplice:
se il nemico conosce la giungla meglio di te, non devi necessariamente seguirlo.
Puoi costringerlo a venire verso di te.
Questa logica trasformava il terreno.
Un sentiero non era più semplicemente un sentiero.
Poteva diventare un punto di osservazione.
Un passaggio naturale poteva diventare una trappola.
Una zona apparentemente insignificante poteva diventare importante perché il Viet Cong la utilizzava regolarmente.
La foresta non era più soltanto un ostacolo.
Diventava una rete di informazioni.
E poi c’erano i tunnel
La parte più inquietante della guerra era sotto terra.
Il Viet Cong utilizzava sistemi di tunnel, bunker e rifugi sotterranei in numerose aree del Vietnam.
Questi sistemi potevano servire per:
- nascondere uomini;
- conservare materiali;
- muoversi senza essere osservati;
- organizzare attacchi;
- proteggere i combattenti dai bombardamenti;
- creare punti di collegamento tra diverse zone.
Per un esercito convenzionale, un tunnel rappresentava un problema terribile.
Puoi bombardare la superficie.
Ma cosa succede a ciò che si trova sotto?
Puoi entrare.
Ma quanto è lungo il tunnel?
Quante persone ci sono?
Ci sono trappole?
Ci sono altre uscite?
Il terreno stesso poteva nascondere un’intera infrastruttura militare.
I “tunnel rats”
Gli americani svilupparono una risposta particolare.
Alcuni soldati furono impiegati per entrare nei tunnel.
Diventarono famosi come “Tunnel Rats”.
Erano uomini che dovevano affrontare un ambiente estremamente claustrofobico e pericoloso.
Spesso entravano praticamente da soli.
Una pistola.
Una torcia.
Pochissimo spazio.
Buio quasi totale.
E la consapevolezza che il nemico poteva trovarsi a pochi centimetri.
Il lavoro era psicologicamente devastante.
Non era semplicemente combattere.
Era avanzare nel buio senza sapere cosa ci fosse dietro la prossima curva.
Gli australiani avevano un altro approccio
Gli australiani non furono immuni al problema dei tunnel.
Ma la loro filosofia complessiva tendeva a concentrarsi maggiormente sul controllo del territorio e sull’individuazione delle attività nemiche.
Un esempio importante fu la costruzione della barriera di filo spinato e mine intorno a Nui Dat, la base australiana principale.
L’area divenne il centro delle operazioni della 1st Australian Task Force.
La presenza australiana non consisteva semplicemente nel mandare pattuglie in giro.
Si trattava di creare una rete di controllo.
Pattuglie.
Postazioni.
Osservazione.
Ricognizione.
Informazioni raccolte dalla popolazione.
Analisi dei movimenti.
E soprattutto una presenza costante.
La “Long Hải” della leggenda
Le montagne di Long Hải sono spesso presenti nella narrativa popolare sulla guerra australiana in Vietnam.
Erano un’area difficile.
Il terreno offriva copertura e possibilità di movimento alle forze comuniste.
Ma è importante non confondere diversi luoghi e periodi della guerra.
Gli australiani operarono principalmente nella provincia di Phước Tuy, mentre le operazioni americane nel Vietnam del Sud coprivano un territorio immensamente più grande.
Per questo l’idea secondo cui gli americani avrebbero semplicemente “lasciato le montagne agli australiani” è una semplificazione.
Non esisteva una regola generale secondo cui gli americani evitavano quei territori perché considerati esclusivamente australiani.
Ciò che esisteva era una divisione pratica delle aree operative e una crescente consapevolezza che le unità australiane avevano sviluppato competenze particolarmente adatte a quel tipo di ambiente.
Perché gli australiani sembravano diversi?
La risposta non è che fossero “più coraggiosi”.
È troppo facile.
E non erano nemmeno invulnerabili.
Subirono perdite pesanti.
Commettevano errori.
Venivano sorpresi.
Perdevano uomini.
La differenza era soprattutto nella dottrina e nell’esperienza.
Gli australiani avevano una lunga tradizione di guerra di pattuglia.
Durante la Seconda guerra mondiale avevano combattuto in Nuova Guinea, nelle isole del Pacifico e in altri ambienti tropicali.
Avevano esperienza di combattimento in terreni difficili.
Avevano sviluppato una cultura operativa che valorizzava la pattuglia come strumento fondamentale.
Il Vietnam non era quindi il primo ambiente in cui i soldati australiani avevano dovuto imparare a combattere lontano dalle strade e dalle città.
Il ruolo della Malaya
C’era poi un’esperienza ancora più direttamente collegata.
Gli australiani avevano partecipato alla Malayan Emergency, il conflitto contro i guerriglieri comunisti nella penisola malese.
Lì avevano affrontato un problema simile:
un nemico che utilizzava la giungla, godeva di reti locali e poteva scomparire nel terreno.
Quell’esperienza influenzò la preparazione australiana per il Vietnam.
I soldati impararono che la guerriglia non poteva essere sconfitta semplicemente contando i corpi.
Bisognava capire:
chi controllava il territorio, chi forniva informazioni, chi trasportava rifornimenti e chi permetteva al guerrigliero di scomparire.
La guerra diventava una battaglia di informazioni
Questa è forse la parte più importante.
Un esercito convenzionale cerca spesso di distruggere le forze nemiche.
Una forza controguerriglia deve anche cercare di distruggere la rete che permette al nemico di esistere.
Un guerrigliero senza informazioni è meno efficace.
Senza cibo è vulnerabile.
Senza rifornimenti è limitato.
Senza una rete di comunicazione è isolato.
Senza la possibilità di muoversi, diventa più facile da individuare.
Gli australiani cercavano quindi di rendere il territorio meno ospitale per le forze comuniste.
La pazienza come arma
Immagina due eserciti.
Il primo vuole trovare il nemico rapidamente.
Il secondo sa che può sopravvivere semplicemente evitando il contatto.
Chi ha il vantaggio?
Spesso il secondo.
A meno che il primo non cambi strategia.
Gli australiani impararono che la pazienza poteva trasformare il vantaggio del Viet Cong in una debolezza.
Se una pattuglia rimaneva nascosta abbastanza a lungo, poteva osservare.
Se osservava abbastanza, poteva individuare uno schema.
Se individuava uno schema, poteva prevedere un movimento.
E se prevedeva un movimento, poteva preparare un’imboscata.
La sequenza era:
osservare → comprendere → prevedere → colpire.
Non:
avanzare → sparare → inseguire.
Long Tan: la prova più famosa
Il 18 agosto 1966, gli australiani affrontarono una delle loro battaglie più celebri in Vietnam.
Long Tan.
Una compagnia australiana di circa un centinaio di uomini si trovò ad affrontare una forza comunista molto più numerosa.
La situazione era estremamente pericolosa.
Gli australiani erano isolati.
La pioggia era intensa.
La visibilità era difficile.
Le munizioni iniziavano a diventare un problema.
Ma la disciplina della compagnia e il supporto dell’artiglieria permisero agli australiani di resistere.
Long Tan diventò successivamente una parte fondamentale della memoria militare australiana.
Ma è importante ricordare una cosa:
Long Tan non dimostra che gli australiani fossero invincibili.
Dimostra che una piccola unità ben addestrata, quando mantiene disciplina e sfrutta il terreno e l’artiglieria, può sopravvivere a una situazione apparentemente impossibile.
Il nemico imparò a sua volta
Il Viet Cong non era un avversario stupido.
Anzi.
Una delle ragioni per cui la guerra era così difficile consisteva proprio nella capacità delle forze comuniste di adattarsi.
Quando una tattica non funzionava, veniva modificata.
Quando un sentiero diventava pericoloso, poteva essere abbandonato.
Quando una zona veniva pattugliata troppo intensamente, il movimento poteva essere spostato.
Questo produceva un continuo ciclo di adattamento.
Gli australiani osservavano il Viet Cong.
Il Viet Cong osservava gli australiani.
Entrambi cercavano di capire l’altro.
E questo spiega la reputazione australiana
La reputazione non nacque perché gli australiani vincevano ogni scontro.
Nacque perché il Viet Cong sapeva che una pattuglia australiana poteva essere difficile da individuare.
E soprattutto perché gli australiani tendevano a evitare alcuni degli errori tipici delle operazioni di ricerca convenzionali.
Non correvano necessariamente verso il contatto.
Non cercavano sempre una battaglia decisiva.
Potevano aspettare.
Potevano osservare.
Potevano seguire una traccia.
Potevano tornare nella stessa zona giorni dopo.
Per un guerrigliero abituato a scegliere il momento dello scontro, questo era un problema.
“Una guerra dentro la guerra”
Quello che si sviluppò in Phước Tuy era quasi una guerra separata.
Gli americani combattevano su scala enorme.
Gli australiani operavano su scala più piccola.
Le loro pattuglie cercavano di creare una presenza costante.
Il loro obiettivo non era soltanto uccidere combattenti comunisti.
Era rendere più difficile per il Viet Cong operare liberamente.
Questa differenza di scala è fondamentale.
L’esercito americano poteva muovere un’enorme quantità di uomini e materiale.
Gli australiani non potevano.
Dovevano ottenere più informazioni da ogni pattuglia.
Dovevano fare in modo che ogni movimento avesse uno scopo.
Dovevano conoscere il territorio.
E dovevano ridurre al minimo il rischio di essere scoperti.
La tecnologia americana aveva comunque un ruolo enorme
Sarebbe sbagliato trasformare la storia in:
“Gli americani non capivano la giungla, gli australiani sì.”
Non è così.
Le forze americane svilupparono numerose tecniche efficaci.
Elicotteri.
Ricognizione.
Forze speciali.
Sensori.
Artiglieria.
Aviazione.
Unità di ricognizione.
I problemi del Vietnam non potevano essere risolti semplicemente con una maggiore attenzione alla pattuglia.
Il conflitto era politico, militare e sociale.
Il controllo del territorio dipendeva anche dalla popolazione locale.
E nessuna tecnica di pattugliamento poteva risolvere da sola questo problema.
Il vero vantaggio australiano
Il vantaggio australiano era soprattutto l’adattamento all’ambiente e alla missione.
Gli australiani non cercavano di trasformare il Vietnam in una versione tropicale dell’Europa.
Accettavano il fatto che il terreno imponeva regole diverse.
In una foresta:
la distanza di tiro diminuisce;
la visibilità crolla;
il rumore diventa fondamentale;
la logistica diventa difficile;
la navigazione diventa complicata;
la sorpresa assume un’importanza enorme.
Quindi anche la tattica deve cambiare.
La guerra invisibile
Questa è la vera essenza delle pattuglie australiane.
La maggior parte del tempo non succedeva nulla.
Niente sparatorie.
Niente esplosioni.
Nessun nemico visibile.
Solo ore di cammino.
Poi, improvvisamente, un segno.
Una traccia.
Un rumore.
Un movimento.
Una pattuglia poteva passare giorni senza incontrare nessuno.
E proprio questo rendeva la guerra così logorante.
Il soldato doveva rimanere concentrato anche quando sembrava che non ci fosse alcun pericolo.
Perché il pericolo poteva apparire in qualsiasi momento.
Ecco perché la leggenda è nata
Dopo la guerra, storie come quella dei “psicopatici” hanno iniziato a circolare.
Sono efficaci perché riassumono in poche parole una reputazione.
Gli australiani erano quelli che entravano nella giungla.
Quelli che pattugliavano.
Quelli che aspettavano.
Quelli che seguivano le tracce.
Quelli che affrontavano il nemico sul suo stesso terreno.
Ma dietro questa leggenda c’erano uomini reali.
Soldati che avevano paura.
Soldati che erano stanchi.
Soldati che sbagliavano.
Soldati che morivano.
La loro efficacia non derivava dalla follia.
Derivava dall’addestramento.
E c’era un prezzo enorme
La guerra australiana in Vietnam non fu una storia di vittorie perfette.
L’Australia inviò migliaia di uomini.
Centinaia morirono.
Molti altri furono feriti.
Alcuni tornarono con conseguenze fisiche e psicologiche che avrebbero portato per tutta la vita.
E anche la popolazione vietnamita pagò un prezzo enorme.
La guerra lasciò devastazione, mine, contaminazione e traumi che durarono molto oltre il ritiro delle truppe straniere.
Per questo la reputazione militare degli australiani non dovrebbe trasformarsi in una celebrazione romantica della guerra.
La competenza tattica e il costo umano possono essere veri contemporaneamente.
La lezione di Phước Tuy
Alla fine, gli australiani dimostrarono qualcosa che gli eserciti moderni dimenticano facilmente.
La tecnologia può aiutarti a trovare il nemico.
Ma non può necessariamente insegnarti dove guardare.
Per quello servono uomini.
Esperienza.
Pazienza.
Conoscenza del terreno.
Comprensione della popolazione.
Capacità di riconoscere uno schema.
E soprattutto la volontà di aspettare.
In una guerra convenzionale, la velocità può essere decisiva.
In una guerra di guerriglia, a volte la qualità più importante è il contrario:
saper aspettare più a lungo del proprio nemico.
Perché il Viet Cong temeva le pattuglie australiane?
Non perché gli australiani fossero invincibili.
Ma perché erano difficili da leggere.
Una pattuglia poteva non comportarsi come previsto.
Poteva non inseguire.
Poteva fermarsi.
Poteva osservare.
Poteva tornare.
Poteva preparare un’imboscata.
E questo rendeva più rischioso muoversi liberamente.
Il Viet Cong aveva costruito la propria forza sulla capacità di scegliere quando e dove combattere.
Gli australiani cercarono di togliere proprio quella scelta.
Ed è questa la vera ragione della loro reputazione.
La storia dietro la frase
Quindi, “lasciatelo agli psicopatici” è una frase perfetta per raccontare la leggenda.
Ma la verità è molto più interessante della leggenda.
Gli australiani non conquistarono la giungla perché erano più folli.
La conquistarono — almeno in alcune aree e in determinati momenti — perché avevano imparato a non combatterla secondo le regole di una guerra convenzionale.
Camminavano lentamente.
Ascoltavano.
Studiavano il terreno.
Cercavano tracce.
Usavano le imboscate.
Costruivano reti di informazione.
E trasformavano la pazienza in un’arma.
Il soldato americano poteva avere un elicottero sopra la testa.
Un’artiglieria capace di colpire chilometri di distanza.
Un’intera macchina logistica alle spalle.
Ma il soldato australiano in pattuglia aveva qualcosa di diverso:
la capacità di rimanere immobile nella giungla abbastanza a lungo da capire che cosa stava succedendo.
E in Vietnam, spesso, quella differenza poteva decidere chi avrebbe visto per primo l’altro.
La guerra non apparteneva sempre a chi aveva più uomini.
Non apparteneva sempre a chi aveva più aerei.
E nemmeno a chi aveva più carri armati.
A volte apparteneva a chi riusciva a sentire un singolo ramo spezzarsi nella foresta…
…e capire che quella volta non era stato il vento.
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