Cosa disse il maggiore tedesco quando chiese aiuto agli americani. HYN

Cosa disse il maggiore tedesco quando chiese aiuto agli americani

5 maggio 1945. Austria.

Alla fine della guerra in Europa mancavano ormai soltanto pochi giorni.

Adolf Hitler era morto a Berlino. L’esercito tedesco si stava arrendendo in varie parti del continente. Le città erano devastate, le strade piene di soldati in fuga e l’intero Terzo Reich stava crollando sotto il peso di sei anni di guerra.

Eppure, sulle montagne del Tirolo, una battaglia incredibile stava per cominciare.

Su una collina circondata da boschi sorgeva un antico castello medievale.

Il suo nome era Schloss Itter.

Dietro quelle mura si trovavano alcuni dei prigionieri più importanti detenuti dai nazisti: ex ministri francesi, generali, politici e personaggi dell’élite della Terza Repubblica.

Ma quella mattina il castello era diventato molto più di una prigione.

Era diventato una fortezza.

E gli uomini che la difendevano appartenevano a due eserciti che, fino a pochi giorni prima, erano stati nemici mortali.

Da una parte c’erano soldati americani.

Dall’altra, soldati tedeschi della Wehrmacht.

E davanti a loro stavano arrivando le Waffen-SS.

Un castello nel caos

Schloss Itter era stato utilizzato dai nazisti come prigione per detenuti politici di alto profilo.

Tra i prigionieri c’erano personalità francesi come gli ex primi ministri Édouard Daladier e Paul Reynaud, oltre a generali e altri esponenti della politica francese.

Con il crollo del regime nazista, la situazione nella prigione divenne improvvisamente imprevedibile.

Le guardie iniziarono ad abbandonare il castello.

Alcuni prigionieri capirono che l’arrivo degli Alleati poteva significare la libertà.

Ma c’era un problema.

Le Waffen-SS non avevano intenzione di lasciare quei prigionieri vivi.

Per i fanatici del regime, la liberazione della prigione poteva trasformarsi in un massacro.

Un prigioniero decide di combattere

Tra gli uomini coinvolti nella vicenda c’era il capitano austriaco Kurt Schrader, che aveva legami con la resistenza antinazista.

Quando divenne evidente che il sistema di sorveglianza nazista stava crollando, Schrader cercò di organizzare la difesa del castello.

Ma sapeva che gli uomini presenti non sarebbero stati sufficienti.

Avevano bisogno di aiuto.

E quell’aiuto poteva arrivare soltanto dagli americani.

La richiesta disperata

La situazione era così assurda che qualcuno dovette attraversare il territorio austriaco ancora controllato dai tedeschi per cercare le forze americane.

Fu allora che entrò in scena Josef “Sepp” Gangl.

Gangl era un maggiore della Wehrmacht.

Era stato un ufficiale tedesco.

Aveva combattuto per la Germania.

Ma negli ultimi mesi della guerra aveva perso ogni fiducia nel regime nazista.

Gangl era ormai disposto a collaborare con la resistenza austriaca.

E quando seppe che Schloss Itter ospitava prigionieri francesi e che le SS potevano attaccare il castello, decise di intervenire.

Ma Gangl non poteva difenderlo da solo.

Aveva bisogno degli americani.

L’incontro con gli americani

Gangl e alcuni dei suoi uomini entrarono in contatto con la resistenza austriaca.

Il loro obiettivo era raggiungere le forze americane che stavano avanzando nella regione.

Alla fine riuscirono a incontrare il tenente John “Jack” Lee Jr., comandante di un reparto corazzato americano.

Lee comandava carri armati Sherman.

Quando Gangl spiegò la situazione, Lee si trovò davanti a una scelta incredibile.

Un ufficiale tedesco gli stava chiedendo aiuto.

Non per combattere contro gli americani.

Ma per combattere insieme contro le SS.

Un’alleanza impossibile

Lee avrebbe potuto semplicemente arrestare Gangl.

Era un ufficiale tedesco.

La guerra non era ancora ufficialmente terminata.

Ma Lee comprese immediatamente la situazione.

Gangl non era un nazista fanatico.

Stava cercando di impedire che le SS massacrassero i prigionieri.

I due uomini decisero quindi di collaborare.

Lee prese un piccolo gruppo di soldati americani.

Gangl mise a disposizione i propri uomini tedeschi.

E insieme si diressero verso Schloss Itter.

Quello che stavano per fare era quasi inconcepibile.

Americani e tedeschi stavano andando a combattere fianco a fianco.

Il “Besotten Jenny”

La forza americana disponeva di un carro armato Sherman.

Il suo nome era Besotten Jenny.

Il carro sarebbe diventato uno dei protagonisti della battaglia.

Lee lo utilizzò come supporto mobile per la difesa del castello.

La situazione, tuttavia, era tutt’altro che favorevole.

Il gruppo era piccolo.

Le munizioni erano limitate.

E nessuno sapeva esattamente quanto fosse grande la forza delle SS che stava avanzando.

Ma non avevano scelta.

Dovevano prepararsi.

La difesa del castello

Quando gli americani e i tedeschi arrivarono a Itter, organizzarono le difese.

I prigionieri francesi furono coinvolti nella preparazione.

Alcuni di loro erano ex militari.

Altri avevano esperienza politica o amministrativa.

Non erano semplicemente spettatori.

Sapevano che, se le SS avessero conquistato il castello, avrebbero potuto essere uccisi.

Tra i difensori c’era anche il campione di tennis francese Jean Borotra.

Borotra aveva combattuto nella Resistenza e comprese immediatamente che la situazione era disperata.

Quando seppe che serviva comunicare con le forze americane, accettò di tentare una missione estremamente pericolosa.

La corsa di Borotra

Borotra uscì dal castello e attraversò il territorio occupato per cercare aiuto.

Era una missione quasi suicida.

Ma riuscì a raggiungere le linee americane e contribuì a far arrivare la notizia della situazione di Itter.

Nel frattempo, all’interno del castello, Lee e i suoi uomini si preparavano all’assalto.

Arrivano le SS

Il 5 maggio, le Waffen-SS attaccarono.

La forza tedesca era molto più numerosa dei difensori.

Gli uomini delle SS erano determinati.

Sapevano che il Reich stava crollando.

E proprio per questo erano ancora più pericolosi.

Non avevano intenzione di arrendersi.

Volevano eliminare i prigionieri.

I difensori aprirono il fuoco.

Americani e tedeschi combatterono insieme.

Per la prima volta, le uniformi che per anni erano state nemiche erano dalla stessa parte.

Il maggiore tedesco cade

Durante la battaglia, Sepp Gangl uscì allo scoperto per aiutare a difendere il castello.

Fu colpito da un proiettile di cecchino.

Morì durante la battaglia.

Gangl non visse abbastanza a lungo per vedere la fine dello scontro.

Ma il suo gesto ebbe un significato enorme.

Aveva scelto di combattere contro il nazismo proprio negli ultimi giorni della guerra.

E morì difendendo uomini che, solo pochi anni prima, appartenevano alla nazione nemica.

Lee continua a combattere

John Lee e i suoi uomini continuarono a difendere il castello.

Il carro Sherman forniva una potenza di fuoco fondamentale.

Il Besotten Jenny sparava contro le posizioni delle SS, cercando di impedire che raggiungessero le mura.

La battaglia divenne sempre più intensa.

I difensori erano inferiori numericamente.

Ma avevano un vantaggio fondamentale:

erano organizzati e combattevano da una posizione fortificata.

I prigionieri diventano combattenti

La cosa più incredibile è che anche alcuni prigionieri francesi parteciparono direttamente alla difesa.

Non erano più soltanto uomini da proteggere.

Erano diventati combattenti.

Prendevano le armi.

Sparavano dalle finestre.

Aiutavano i soldati americani e tedeschi.

Era una scena surreale.

Un castello austriaco.

Politici francesi.

Soldati americani.

Soldati tedeschi.

E tutti combattevano insieme contro le SS.

Il significato della battaglia

Schloss Itter è spesso definita l’unica battaglia della Seconda guerra mondiale in cui soldati americani e tedeschi combatterono fianco a fianco contro un nemico comune.

La descrizione richiede qualche cautela, perché negli ultimi giorni della guerra ci furono altri episodi di collaborazione locale tra ex nemici.

Ma Itter rimane certamente uno degli esempi più straordinari.

La guerra non era ancora ufficialmente finita.

Eppure, in quel castello, la vecchia distinzione tra “americano” e “tedesco” aveva perso temporaneamente significato.

C’era soltanto una domanda:

chi voleva difendere i prigionieri e chi voleva ucciderli?

La battaglia volge al termine

Dopo ore di combattimento, la situazione iniziò a cambiare.

Le forze americane di rinforzo stavano arrivando.

Le SS non potevano più contare sulla sorpresa.

Il castello continuava a resistere.

Alla fine, le forze tedesche furono respinte.

I prigionieri erano vivi.

Schloss Itter era stato difeso.

E la guerra in Europa stava per finire definitivamente.

E cosa disse il maggiore tedesco?

La domanda del titolo è affascinante, ma anche qui bisogna separare la storia dalla leggenda.

Non esiste una registrazione affidabile di una frase spettacolare pronunciata da Sepp Gangl nel momento in cui chiese aiuto agli americani.

Le ricostruzioni storiche raccontano piuttosto il significato della sua richiesta: aveva bisogno dell’aiuto americano per proteggere i prigionieri del castello dalle SS.

Non fu una scena cinematografica con un generale tedesco che pronuncia un discorso davanti agli americani.

Fu qualcosa di molto più umano.

Un ufficiale tedesco aveva capito che il suo stesso esercito era diventato una minaccia per le persone che aveva il dovere di proteggere.

E decise di chiedere aiuto al nemico.

La morte di Gangl

Sepp Gangl non fu un eroe nel senso tradizionale della propaganda militare.

Era stato un ufficiale della Wehrmacht e aveva combattuto per la Germania.

Ma negli ultimi giorni della guerra scelse di opporsi alle SS.

La resistenza austriaca lo considerò un combattente contro il nazismo.

Oggi una strada di Wörgl porta il suo nome.

È un riconoscimento significativo.

Perché Gangl non morì difendendo Hitler.

Morì difendendo prigionieri politici.

Un comandante americano e un maggiore tedesco

John Lee e Sepp Gangl erano uomini molto diversi.

Uno era americano.

L’altro tedesco.

Uno combatteva contro la Germania.

L’altro aveva servito nell’esercito tedesco.

Ma in quel momento avevano lo stesso obiettivo.

Proteggere le persone dentro il castello.

Il loro rapporto dimostra una cosa che spesso viene dimenticata quando si studia la Seconda guerra mondiale:

gli eserciti sono composti da individui.

Non tutti i tedeschi erano nazisti.

E non tutti gli americani conoscevano personalmente gli uomini che stavano combattendo.

Ma in quella battaglia, le scelte individuali contavano più delle uniformi.

Il giorno in cui i nemici diventarono alleati

Il 5 maggio 1945 fu uno degli ultimi giorni di combattimento in Europa.

Mancavano pochissimi giorni alla resa definitiva della Germania.

Eppure, proprio mentre il Terzo Reich crollava, a Schloss Itter accadde qualcosa che sembrava impossibile.

Americani e tedeschi combatterono dalla stessa parte.

Un maggiore tedesco morì accanto agli uomini che, fino a pochi giorni prima, erano suoi nemici.

Un carro armato Sherman divenne la principale arma pesante della difesa.

E alcuni degli uomini più importanti della Francia furono salvati da un piccolo gruppo di soldati che rifiutò di permettere alle SS di ucciderli.

Non fu una grande battaglia nel senso strategico.

Non cambiò l’esito della guerra.

Ma fu una delle battaglie più straordinarie della Seconda guerra mondiale.

Perché dimostrò che, anche dopo anni di odio e distruzione, gli uomini potevano ancora scegliere da quale parte stare.

E quando Sepp Gangl chiese aiuto agli americani, non stava semplicemente chiedendo a un esercito nemico di intervenire.

Stava compiendo una scelta.

La scelta di combattere contro il nazismo, anche se significava combattere al fianco degli uomini che un tempo aveva considerato suoi nemici.

A Schloss Itter, negli ultimi giorni della guerra, quelle uniformi non contavano più.

Contava soltanto chi era disposto a difendere gli innocenti.

E per questo la battaglia di Itter rimane una delle storie più incredibili e meno conosciute della Seconda guerra mondiale.

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